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Ucraina, Quincy: senza un compromesso non c’è vittoria in vista

Che cosa serve per arrivare a un accordo che chiuda la guerra in Ucraina? Secondo Alex Jordan, in un testo pubblicato da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, bisogna prima ammettere che una vittoria militare non è a portata di mano. Un compromesso che garantisca la sovranità di Kyiv e permetta agli ucraini di ricostruire e rientrare sarebbe, in sé, un successo per l’Ucraina.

Il contesto è quello di oltre quattro anni e mezzo di guerra di posizione, in cui tornano a circolare notizie su negoziati sostenuti dagli Stati Uniti. Finlandia e Norvegia hanno tenuto i primi colloqui diretti europei con il presidente Vladimir Putin da un anno a questa parte, e per la fine del mese sono previsti nuovi incontri trilaterali tra Stati Uniti, Ucraina e Russia. L’autore ricorda che annunci di pace imminente si sono già ascoltati più volte.

A suo giudizio, nonostante gli sforzi considerevoli di Washington e delle capitali europee per aiutare Kyiv, nessun successo decisivo è all’orizzonte. Gli ucraini avrebbero fermato l’avanzata russa già nelle prime settimane, ma i loro sostenitori non sono riusciti a trasformare quei risultati sul campo in una posizione solida al tavolo negoziale.

Il pezzo accompagna un episodio del podcast Always at War, dedicato ad Anatol Lieven. Giornalista, autore e professore, Lieven dirige oggi l’Eurasia Program del Quincy Institute. Nella conversazione ripercorre la propria carriera, spiega come sia diventato un esperto dell’area e indica quale forma potrebbe assumere una pace.

La diagnosi di Lieven sulla situazione ucraina è cupa. Stima che la guerra abbia causato tra 200.000 e 250.000 morti ucraini, che milioni di persone siano espatriate con scarse probabilità di tornare e che la natalità sia crollata. Aggiunge che «la popolazione potrebbe essere la metà di quella del 1990». Jordan ricorda inoltre che il conflitto è il più sanguinoso in Europa dalla Seconda guerra mondiale e che la Russia ha occupato circa un quinto del territorio ucraino.

Per l’autore, l’aspetto più sconcertante è che questo esito fosse prevedibile e forse evitabile. Lieven aveva anticipato molte delle crisi attuali in decenni di analisi, dal libro Russia and Ukraine: A Fraternal Rivalry, del 1999, ai documenti del Quincy Institute del 2022 sui rischi di una guerra protratta.

Resta valida, scrive Jordan, la tesi di allora: la maggior parte dei conflitti, ricorda Lieven, si è chiusa non con la vittoria completa di una parte ma con una qualche forma di compromesso disordinato. Fingere che un esito simile sia altro da una vittoria per Kyiv sarebbe, nelle sue parole, avventato.

Il testo critica poi i titoli di stampa che continuano a promettere un successo imminente. Una spiegazione possibile dell’ottimismo mediatico è che la vittoria ucraina appaia, comprensibilmente, un dovere morale di fronte a una guerra ingiusta. Così giornalisti e leader politici preferirebbero assecondare la fantasia piuttosto che riconoscere la realtà del fronte.

Gli ucraini, osserva l’autore, non possono permettersi lo stesso lusso. Secondo un sondaggio Gallup citato nel testo, con un margine di due a uno preferirebbero che il governo desse priorità alla fine rapida della guerra rispetto alla ricerca della vittoria totale.

Jordan conclude definendo il rifiuto, diffuso a Washington, di prendere atto di questa preferenza per la pace e dei fatti che la determinano una «nobile menzogna» verso se stessi, i lettori o gli elettori. È, a suo avviso, una menzogna che si è spinta troppo oltre.

Il commento di GrNet.it

Un tavolo con tre delegazioni, americana, ucraina e russa, atteso entro la fine del mese dopo quattro anni e mezzo di guerra di posizione: è la scena che l’articolo dà per vicina, ma non dice che cosa vi si discuterà. Le cifre sui 200.000-250.000 morti sono una stima di Lieven, non un dato verificato, e il sondaggio Gallup misura un orientamento dell’opinione pubblica, non le condizioni che Mosca o Kyiv accetterebbero. Per un osservatore militare, la tenuta di un compromesso dipende da elementi che il testo non affronta, come linee di contatto, garanzie di sicurezza e verifiche. Vale la pena leggere la tesi come espressione della scuola realista del Quincy Institute, utile a mettere in discussione l’ottimismo diffuso ma non priva di zone d’ombra.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 novembre 2026

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