Svezia al voto: cosa cambierebbe con i socialdemocratici di Andersson

Il 13 settembre gli svedesi votano per rinnovare il Riksdag, ma la difesa ha occupato uno spazio marginale nella campagna elettorale. Lo osserva Mats Engström in un’analisi pubblicata dal European Council on Foreign Relations, che nota come tutti i partiti condividano la valutazione sulla minaccia russa e il sostegno all’Ucraina, mentre lo scontro politico si concentra su welfare, migrazione, criminalità, clima ed economia.
Il governo di Ulf Kristersson, sostenuto dal 2022 dall’accordo di Tidö con i Democratici di Svezia (partito di estrema destra rimasto fuori dal governo ma con influenza formale), è in calo nei sondaggi. Il Partito Liberale, alleato di governo, ha pagato il prezzo più alto della collaborazione con i Democratici di Svezia ed è ora sotto la soglia del 4% necessaria per entrare in parlamento.
Molti analisti si attendono quindi il ritorno di Magdalena Andersson, leader del Partito Socialdemocratico, alla guida del governo. L’ipotesi più probabile è una coalizione rosso-verde, negoziata nell’arco di diversi mesi, con tensioni interne tra la spinta di Verdi e Sinistra per una politica migratoria meno restrittiva e le richieste di deregolamentazione del Partito di Centro. Non è escluso, in caso di stallo, un governo di grande coalizione con i Moderati, ma solo in presenza di una crisi esterna grave.
Su diversi punti chiave nulla cambierebbe: l’appartenenza alla NATO non sarà rimessa in discussione, nonostante la posizione formale del Partito della Sinistra, frenata dal sostegno pubblico all’Alleanza Atlantica. La Svezia resterebbe tra i membri più rigorosi dell’Unione europea nei negoziati sul prossimo quadro finanziario pluriennale e non riaprirebbe la questione dell’euro, respinto per referendum nel 2003.
Le differenze riguarderebbero piuttosto la politica estera verso il sud globale, con un rilancio della cooperazione con Sudafrica, Brasile e paesi africani, e una linea più critica su Israele, sulla scia del riconoscimento della Palestina deciso nel 2014 da un governo socialdemocratico, primo caso in Europa occidentale. Una eventuale presenza dei Cristiano Democratici di Ebba Busch, apertamente filo-israeliani, complicherebbe però questo indirizzo.
Sul fronte della difesa il consenso resta ampio: la Commissione per la Difesa, organismo interpartitico, ha visto i socialdemocratici concordare pienamente con la lettura della minaccia fornita dal governo, e l’aumento della spesa militare continuerebbe con entrambi gli schieramenti. Restano nodi interni sulla presenza rotativa di aerei francesi a capacità nucleare in territorio svedese e sulla cooperazione con la Turchia in materia di intelligence, temi su cui il Partito della Sinistra potrebbe essere compensato con concessioni sociali, sul modello adottato in Danimarca da Mette Fredriksen.
Sul rapporto con Washington, i socialdemocratici evitano lo scontro pubblico con Donald Trump nonostante critiche private, e non discutono alternative alla catena di comando NATO, affidata storicamente a un comandante supremo alleato in Europa americano. L’autore ricorda infine che un ritorno al potere di Kristersson, questa volta con i Democratici di Svezia in posizioni ministeriali, darebbe al partito di estrema destra un peso reale nelle decisioni di politica estera e di sicurezza, dossier su cui l’opposizione continua a considerarlo un rischio.
Il commento di GrNet.it
Un dato colpisce più degli altri: anche in un ipotetico governo guidato dalla sinistra socialdemocratica, nessuno in Svezia discute alternative al comando NATO affidato al SACEUR americano, segno di quanto la dipendenza da assetti aerei, intercettori e satelliti statunitensi nel Baltico limiti i margini di manovra di Stoccolma più di quanto non accada a Madrid. È una lezione utile anche per Roma: l’adesione a un’alleanza non elimina le asimmetrie tra chi possiede le capacità critiche e chi le utilizza. Il vero banco di prova, semmai, riguarda la tenuta della coalizione su dossier tecnici come la presenza di velivoli nucleari francesi o la cooperazione di intelligence con Ankara, dove le convenienze politiche interne rischiano di prevalere sulla coerenza strategica. Per l’Italia, alle prese con equilibri di coalizione non meno complessi, il caso svedese conferma che il consenso bipartisan sulla difesa può convivere con divisioni profonde su strumenti e alleanze specifiche.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 31 agosto 2026




