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Squilibri commerciali globali: la mappa del rischio è cambiata dal 2008

Giugno 2026, Evian-les-Bains: i leader del G7 si preparano a riunirsi con un dossier economico che evoca, almeno in superficie, i fantasmi del 2008. È in questo contesto che Chatham House pubblica un’analisi sugli squilibri commerciali globali, sostenendo che la configurazione attuale differisce in modo sostanziale da quella che precedette la grande crisi finanziaria: meno eccesso debitorio privato, più rivalità geopolitica e competizione industriale.

Il concetto di «squilibrio globale» indica la persistenza di divari nelle posizioni di conto corrente tra paesi. Poiché la bilancia dei pagamenti deve sommare a zero a livello mondiale, i grandi surplus di alcune economie trovano necessariamente il loro specchio nei deficit altrui. Un certo grado di squilibrio è fisiologico — il capitale tende a fluire dove i rendimenti sono più elevati — ma quando i divari diventano ampi e duraturi, soprattutto per i paesi in deficit, il rischio di un’interruzione improvvisa dei flussi di capitale può imporre aggiustamenti dolorosi alla domanda interna.

Rispetto ai primi anni 2000, la geografia degli squilibri si è ridisegnata. All’epoca, i grandi surplus di Cina, Germania, Giappone e principali esportatori di petrolio si riflettevano in deficit consistenti degli Stati Uniti e di alcune economie europee — Regno Unito, Spagna, Grecia. Oggi gli Stati Uniti restano il principale paese in deficit, ma il loro disavanzo di conto corrente si è ridotto: dal picco di 1,6 per cento del PIL mondiale nel 2006 allo 0,9 per cento dell’anno scorso. La trasformazione degli USA in grande produttore energetico ha compresso le importazioni e aumentato le esportazioni di energia; al tempo stesso, le famiglie americane non mostrano più, in aggregato, i livelli di spesa in eccesso rispetto al reddito che caratterizzarono la bolla immobiliare di metà anni 2000.

Sul versante opposto, il surplus cinese ha invece superato il picco pre-crisi: secondo una misura corretta, ha raggiunto lo 0,8 per cento del PIL mondiale l’anno scorso, contro lo 0,7 per cento del 2008. Il paradosso apparente — il maggiore paese in surplus aumenta il proprio avanzo mentre il maggiore paese in deficit lo riduce — si spiega con quanto accaduto altrove. I surplus degli esportatori di petrolio, Arabia Saudita in testa, si sono assottigliati. La Cina ha nel frattempo scalato la catena del valore, sottraendo quote di mercato a Germania, resto dell’eurozona, Giappone e Corea del Sud, i cui surplus si sono di conseguenza ridimensionati.

Il think tank individua due ordini di rischio prevalenti. Il primo è la pressione competitiva che le imprese cinesi esercitano sulle altre economie orientate all’export, con l’Europa particolarmente esposta in settori come veicoli, macchinari e metalli. Le difficoltà dell’industria tedesca sono indicate come caso emblematico. Il secondo riguarda la dimensione geopolitica: la crescente presenza cinese nei veicoli elettrici, nelle batterie e nella manifattura avanzata pone interrogativi che travalicano la sfera economica e investono la sicurezza nazionale e la resilienza delle catene di approvvigionamento.

Sul fronte degli aggiustamenti, il tasso di cambio reale cinese appare sottovalutato di circa il 10 per cento, e un suo apprezzamento sarebbe probabilmente necessario per ridurre gli squilibri. Tuttavia, le correzioni valutarie da sole non bastano: la Cina dovrebbe spostare il proprio modello dall’elevato risparmio e investimento verso i consumi delle famiglie, ma le priorità di politica economica restano orientate all’espansione della capacità industriale e all’autosufficienza tecnologica. Sul versante americano, la radice dello squilibrio non è più nel settore privato come negli anni 2000, bensì nel deficit federale, che richiederebbe un consolidamento fiscale.

L’analisi di Chatham House descrive uno spostamento del rischio sistemico dal piano finanziario a quello industriale e tecnologico: una distinzione che chi ha seguito le crisi del debito sovrano europeo dei primi anni 2010 riconosce come non banale. Per l’Italia, paese manifatturiero con una struttura di export concentrata in meccanica, automotive e beni intermedi, la perdita di quote di mercato dell’eurozona documentata nell’analisi non è un dato astratto: si traduce in pressione diretta su filiere che alimentano anche la base industriale della difesa nazionale. Vale la pena distinguere, però, tra ciò che i dati di conto corrente mostrano in modo verificabile — la traiettoria dei surplus e dei deficit — e le proiezioni sulle intenzioni di politica economica cinese, che restano valutazioni interpretative. La variabile più incerta, e forse la più rilevante per la pianificazione a medio termine, è se e quando Pechino modificherà il proprio modello di crescita: finché quella transizione non si materializza, le pressioni competitive sull’industria europea difficilmente si allenteranno.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 3 giugno 2026

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