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Rubio ad Atene: il rinnovamento «civilizzazionale» come primato riverniciato

Per decenni la politica estera di Washington è stata dominata da neoconservatorismo e internazionalismo liberale, due correnti che, nella lettura di Andrew Earvolino su Responsible Statecraft, condividono l’impulso a usare la forza militare americana per rimodellare altri Paesi. Nell’articolo del 26 ottobre 2026 l’autore sostiene che il discorso del segretario di Stato Marco Rubio sul rinnovamento «civilizzazionale» dell’Occidente non rompe con quella tradizione. Ne sarebbe soltanto una riverniciatura retorica.

Rubio ha parlato in ottobre ad Atene, davanti all’Acropoli, definendo la storia della civiltà occidentale la più grande mai conosciuta dall’uomo. Il discorso è stato accolto con favore negli ambienti conservatori, dove il civilizzazionismo è oggi un tema centrale della nuova destra. Il segretario di Stato ha attribuito alla debolezza occidentale un vuoto di leadership globale, che avversari e rivali avrebbero colmato accumulando ricchezza e potenza. Ha poi affermato che, con il presidente Trump, gli Stati Uniti scelgono la ricerca della potenza nazionale senza scuse, contrapponendo l’Occidente a fanatici come i mullah iraniani.

Secondo Earvolino, puntare in modo così esclusivo sulla potenza come strumento di rinascita prepara il terreno retorico al mantenimento del primato americano. Il ritratto dell’Iran come realtà irrazionalmente barbara esclude inoltre qualunque soluzione diplomatica alla guerra in corso. Il discorso, scrive l’autore, non anticipa un ridimensionamento dell’impegno statunitense ma ripropone con altro lessico la Global War on Terror dell’epoca Bush.

Il bilancio dell’interventismo, ricorda l’articolo, comprende progetti di costruzione statale privi di scadenze precise e finiti male: Iraq, Afghanistan, la Libia precipitata nell’anarchia, l’armamento dell’opposizione siriana definita «moderata». Per l’autore sarebbe servita una revisione delle ideologie di fondo, non solo del modo in cui le imprese furono condotte, e questa revisione non è avvenuta.

Earvolino cita come esempio il senatore del Mississippi Roger Wicker, che ha motivato il sostegno all’Ucraina richiamando le parole di Rubio sul legame tra Europa e Stati Uniti e sulla necessità di un’alleanza capace di affrontare le minacce attuali. Luke Nicastro, caporedattore della rivista The American Conservative, vi vede un interventismo atlantista tradizionale presentato come civilizzazionismo. Per l’autore la grandiosità del discorso non lascia spazio a un ripensamento del ruolo americano in un assetto internazionale multipolare, e prefigura sovraesposizione e dominio.

Una dinamica analoga, sostiene l’articolo, riguarda la sinistra statunitense. Dopo l’offensiva israeliana a Gaza, solidarietà e autodeterminazione sono diventate il tratto distintivo del pensiero progressista in politica estera. Il deputato democratico Ro Khanna chiede una linea fondata su diritti umani e autodeterminazione, dall’Ucraina a Gaza, che per l’autore si riduce a astrazioni slegate da interessi americani concreti e a un’eredità dell’idealismo wilsoniano.

Alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, in febbraio, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez aveva proposto una «politica estera per la classe lavoratrice», che privilegia i lavoratori del mondo rispetto al capitale oligarchico. Interpellata sui conflitti in corso, a partire dall’Ucraina, è però tornata alle formule dell’internazionalismo liberale, denunciando il ritiro americano come via verso l’autoritarismo globale.

Il civilizzazionismo, osserva l’autore, è un’ideologia ma non deve per forza alimentare il primato. Chi volesse davvero leggere il mondo in chiave di civiltà dovrebbe conoscere anche quelle non occidentali, a cominciare da quella persiana, anteriore di millenni alla Repubblica islamica. Una simile conoscenza renderebbe grottesche le minacce di Trump di porle fine e potrebbe condurre a una linea più misurata e a una soluzione diplomatica del conflitto, che l’amministrazione non sembra voler perseguire.

Il duopolio interventista, conclude Earvolino, dura da troppo tempo grazie alla flessibilità retorica con cui ciascun campo si adegua allo spirito del momento. Senza una denuncia di queste operazioni, la politica estera americana resterebbe ancorata a un pensiero ortodosso che produce destabilizzazione e spargimento di sangue.

Il commento di GrNet.it

Un’alleanza ha bisogno di un’idea condivosa di civiltà o di impegni verificabili, con forze, tempi e costi dichiarati? Per un Paese mediterraneo come l’Italia la seconda risposta pesa di più, perché il linguaggio dell’identità occidentale, come mostra l’uso che ne fa il senatore Wicker per l’Ucraina, può sostenere impegni militari senza che ne vengano discussi gli oneri. L’autore scrive da una posizione realista dichiarata e non indica che cosa comporterebbe, per gli alleati europei, il ridimensionamento che auspica. Resta da capire se un ripensamento americano si tradurrebbe per Roma in maggiori responsabilità operative nel proprio vicinato.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 26 ottobre 2026

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