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Nucleare saudita, i democratici Usa tentano di bloccare l’intesa con Trump

«Se l’Iran sviluppasse una bomba nucleare, noi faremmo lo stesso il prima possibile»: la frase pronunciata dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nel 2018 e ripetuta nel 2023 torna al centro del dibattito a Washington, ricorda Sahar Khan in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute. Il riferimento accompagna l’esame del nuovo accordo di cooperazione nucleare civile tra Stati Uniti e Arabia Saudita, voluto dal presidente Donald Trump e ora contestato al Congresso.

I deputati democratici Gregory Meeks, Brad Sherman, John Garamendi e Don Beyer hanno presentato una risoluzione congiunta di disapprovazione, sostenendo che il testo non prevede due garanzie che Washington ha richiesto in altri accordi analoghi: l’impegno a rinunciare ad arricchimento e ritrattamento dell’uranio, e l’adesione al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA). L’iniziativa arriva mentre la guerra in corso con l’Iran rende più difficile contenere i rischi di proliferazione nella regione rispetto a un anno fa.

La risoluzione ha probabilità limitate di successo: servirebbe un sostegno repubblicano sufficiente per approvarla in entrambe le Camere e, in caso di veto presidenziale, una maggioranza dei due terzi per superarlo. Il Congresso deve inoltre pronunciarsi entro i 90 giorni di seduta previsti dalla procedura di revisione, altrimenti l’intesa entra in vigore automaticamente; il conteggio è partito quando Trump ha trasmesso il testo al Congresso a fine agosto.

L’accordo stabilisce un quadro di cooperazione nucleare pacifica della durata di 30 anni, che consente il trasferimento di materiali, apparecchiature, componenti e informazioni per usi civili, incluse le tecnologie per i reattori di potenza. Non autorizza di per sé una specifica esportazione né la costruzione di un impianto di arricchimento: questi passaggi richiederebbero ulteriori approvazioni statunitensi. A differenza dell’accordo firmato dagli Emirati Arabi Uniti, considerato lo standard di riferimento, Riyad non è tenuta a rinunciare formalmente ad arricchimento e ritrattamento.

Sul fronte delle verifiche, l’Arabia Saudita ha un accordo di salvaguardie complete con la IAEA dal 2009, ma fino al 2024 un «Protocollo dei piccoli quantitativi» ne sospendeva gran parte degli obblighi di ispezione. Riyad lo ha revocato alla fine del 2024 in vista dell’espansione del programma nucleare civile, riattivando le procedure complete previste dall’accordo di salvaguardie. Il Protocollo aggiuntivo, che offre agli ispettori strumenti più ampi per indagare attività non dichiarate, resta invece escluso, scelta che l’autrice definisce senza precedenti.

Sul piano politico, Trump ha condizionato l’attuazione dell’intesa alla normalizzazione delle relazioni tra Riyad e Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo, ma il testo pubblicato non lo prevede esplicitamente, e l’Arabia Saudita continua a chiedere una prospettiva di statualità palestinese prima di qualunque passo in tal senso. A complicare il quadro si aggiunge la tensione tra i due paesi sulla gestione degli attacchi Houthi contro le rotte del Mar Rosso, dove Riyad chiede un impegno americano più deciso mentre Washington evita un’ulteriore escalation militare.

Secondo l’autrice, i responsabili politici dovrebbero distinguere tra assistenza alla generazione elettrica nucleare e assistenza alla produzione di combustibile nucleare: gli Emirati Arabi Uniti dimostrano che è possibile far funzionare quattro reattori a Barakah acquistando combustibile già fabbricato da fornitori internazionali, senza arricchimento interno. Riyad potrebbe adottare la stessa soluzione, ricorrendo a contratti con più fornitori e a riserve di combustibile, senza necessità di impianti di arricchimento sul proprio territorio.

L’analisi si chiude richiamando quello che definisce il «test iraniano»: se la tecnologia di arricchimento comporta lo stesso rischio di proliferazione sia che venga usata da un alleato sia da un avversario, concedere eccezioni a Riyad rischia di minare gli stessi standard che Washington cerca di imporre a Teheran. Un sondaggio dell’Institute of Global Affairs citato nel testo indica che il 43 per cento degli americani ritiene l’Iran oggi più vicino alla bomba rispetto a un anno fa, prima degli attacchi statunitensi ai suoi siti nucleari, mentre mancano oggi strumenti di verifica sul livello di arricchimento iraniano.

Il commento di GrNet.it

Sono 90 i giorni di seduta congressuale entro cui il Congresso statunitense deve votare la risoluzione di disapprovazione, pena l’entrata in vigore automatica del patto nucleare con Riyad: un termine così stretto lascia poco margine ai democratici per raccogliere il sostegno repubblicano necessario a bloccarlo. La vicenda interessa da vicino gli osservatori italiani non solo per il precedente di proliferazione nel Golfo, ma per il doppio standard che Washington rischia di consolidare tra alleati e avversari sul dossier arricchimento, principio che complicherebbe qualunque futuro negoziato multilaterale a cui Roma partecipi in sede NATO o IAEA. Resta da vedere se l’assenza del Protocollo aggiuntivo verrà compensata da intese bilaterali riservate, di cui il Congresso chiede la pubblicazione, oppure se diventerà un precedente invocabile da altri partner regionali, dal Golfo al Mediterraneo. Il caso saudita, in ogni caso, ricorda quanto sia labile il confine tra cooperazione civile e capacità latente da arma, un tema che riguarda anche la valutazione italiana di eventuali intese energetiche con paesi terzi.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 29 settembre 2026

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