Norvegia e Finlandia aprono a un negoziato sull’Ucraina, l’Europa resta divisa

Martedì scorso, a Oslo, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb si sono presentati davanti ai giornalisti insieme a Volodymyr Zelensky e hanno parlato di come chiudere la guerra, non di come vincerla. Lo scrive Matthew Blackburn su Responsible Statecraft, che legge l’incontro come l’inizio di una rottura con il linguaggio dominante nelle capitali europee.
Quel linguaggio, ricorda l’autore, è morale e a somma zero. L’Alto rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas ha dichiarato che bisogna fare pressione sull’aggressore e non sulla vittima, mentre Zelensky insiste che Mosca non vuole davvero la pace. Nello stesso giorno Kallas ha accusato l’amministrazione Trump di spingere l’Ucraina alla resa alle condizioni di Putin. La premier danese Mette Frederiksen ha sostenuto che, se l’Ucraina cadesse, la Russia potrebbe avanzare in altre parti d’Europa.
A Oslo il registro era diverso. Stubb ha parlato di «progressi sostanziali» maturati lontano dai riflettori, Støre ha chiesto che l’Europa sia al tavolo per una pace duratura. Secondo Blackburn l’iniziativa era in preparazione da mesi. Al Warsaw Security Forum il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide aveva evitato l’alternativa tra vittoria e capitolazione, osservando che gli europei, poiché pagano il conflitto, dovrebbero guidarne anche la diplomazia. Aveva poi indicato un accordo che garantirebbe un’Ucraina democratica, indipendente e integrata nell’Unione con l’80 per cento del territorio originario.
Stubb ha ribadito la propria formula del «realismo fondato sui valori»: fedeltà ai principi, ma niente arroccamento sulla superiorità morale. Ha invitato inoltre a mantenere «la testa fredda», perché una «mentalità di guerra» renderebbe quasi impensabile la pace. Entrambi prendono le distanze dall’idea che le armi siano la strada verso la pace, formula dell’ex segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, e partono dal dato militare che nessuna delle due parti ha le risorse per prevalere in modo decisivo.
L’autore passa in rassegna i costi della prosecuzione. La Russia ha un’economia sotto stress e una stanchezza sociale crescente, e le offensive di terra rischiano perdite elevate. L’Ucraina soffre di carenza cronica di uomini, con una mobilitazione forzata più dura, è bloccata sul mare, bombardata dall’aria e a corto di fondi e armamenti. Sul fronte europeo Blackburn segnala il rischio di crisi dei debiti sovrani, il mancato consenso del Belgio sull’uso dei beni russi congelati e il fatto che dall’inizio della guerra l’Europa abbia speso più per l’energia russa che per le armi a Kiev.
Quanto ai raid in profondità sul territorio russo, avviati con l’appoggio europeo e il via libera statunitense della primavera 2026, non hanno spinto Putin al cessate il fuoco. Senza l’intelligence e le forniture americane, scrive l’autore, l’Europa non ha la leva militare per proseguirli da sola e non dispone di un piano di guerra praticabile, solo di gestione reattiva delle crisi.
Blackburn riconosce che si possa temere una Russia in posizione di forza se l’Ucraina fosse neutrale e con forze limitate. Ma rifiutare un «accordo sporco» potrebbe significare, a suo giudizio, assistere impotenti alla distruzione del paese nei prossimi sei mesi. Ricorda che la maggior parte delle guerre prolungate si chiude con un negoziato e che la firma americana è indispensabile. Il piano in 28 punti elaborato nel 2025 tra Stati Uniti e Russia, scrive, non equivale alla resa: prevederebbe ingresso nell’Unione, assistenza alla ricostruzione e forze armate di livello paragonabile a quelle finlandesi.
Secondo Zelensky, Ucraina, Russia e Stati Uniti hanno concordato un vertice a tre a novembre. L’autore riferisce che Mosca ha risposto positivamente alle proposte partite da Oslo e che il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha accolto con cautela l’ipotesi di Stubb come rappresentante europeo. Resta da vedere se gli altri governi prenderanno sul serio l’iniziativa e si accorderanno su chi parlerà per l’Europa. La domanda finale del testo è se questa sosterrà o ostacolerà lo sforzo americano per una via d’uscita diplomatica.
Il commento di GrNet.it
La questione della rappresentanza europea precede quella dei contenuti, e l’articolo la tratta quasi come un dettaglio da risolvere dopo. Per un militare conta anche la differenza tra ciò che è documentato e ciò che è dichiarato: l’apertura russa è riferita senza dettagli e Peskov si limita a un’accoglienza cauta. Anche il richiamo a forze ucraine paragonabili a quelle finlandesi dice poco su vincoli, verifiche e garanti, cioè su chi dovrebbe mettere uomini e mezzi a presidio di un accordo. Se l’Europa discutesse davvero di quell’architettura, l’Italia sarebbe chiamata a precisare presto che cosa è disposta a contribuire e a quali condizioni.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 27 ottobre 2026






