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Kerosene, i droni ucraini mettono in crisi la filiera dei carburanti russa

Un An-2 costretto a volare con benzina per automobili, un aereo di linea che non riesce a raggiungere la pista di riserva durante un attacco di droni e deve atterrare a corto di carburante. Sono due episodi citati da Stanimir Dobrev in un commento ospitato da RUSI, che ricostruisce come i raid ucraini sulle raffinerie abbiano prodotto una carenza di cherosene in Russia. Secondo l’autore, il Cremlino la presenta come un fastidio passeggero, ma i dati indicano un danno strutturale a produzione, finanze e influenza regionale.

Fino al 2025 la Russia era tra i maggiori produttori mondiali. Nel 2024 il cherosene per aviazione era salito del 7,3 per cento, a 11,6 milioni di tonnellate, abbastanza per il mercato interno e per un export stimato in 500.000-600.000 tonnellate, diretto soprattutto al Kazakhstan. Mongolia, Kirghizistan e Tagikistan dipendevano per oltre il 90 per cento dal carburante russo, e in misura minore anche Kazakhstan e Uzbekistan.

La crisi è partita dalla periferia della rete di distribuzione: Territorio di Chabarovsk, Vladivostok, Crimea. Il 28 luglio 2025, con circa 10 grandi raffinerie danneggiate secondo le stime dell’epoca, Mosca ha vietato l’export di benzina. Il divieto sul gasolio è arrivato in parte a fine settembre. Nel 2026 le carenze si sono estese a quasi tutto il paese: dal 18 maggio al 12 luglio tutti i soggetti federali tranne due, su 83, hanno segnalato distributori senza qualche tipo di carburante. Il 30 luglio il divieto sulla benzina è stato prorogato al 31 gennaio 2027, e Dobrev vi legge la sfiducia del governo nella riparazione degli impianti entro fine anno.

Dal divieto sul gasolio l’autore deduce, in via di stima, che la capacità di raffinazione sia calata del 30-50 per cento tra attacchi e manutenzione. Il quotidiano Kommersant, a metà agosto, ipotizzava volumi di 3,8-4,1 milioni di barili al giorno contro 5-5,5 dell’estate 2024-25. Nelle campagne di Krasnodar a luglio sarebbe arrivato solo il 50-60 per cento del gasolio necessario, ed è stata autorizzata la produzione di carburante di qualità Euro-2.

Il cherosene, rimasto fuori dalle restrizioni nel 2025, è stato colpito nel 2026. L’export è stato vietato del tutto il 1° giugno, con prezzi interni a 110.000 rubli la tonnellata e quotazioni all’export oltre 140.000. Il sussidio compensativo per il cherosene è passato da 1.770 rubli la tonnellata a febbraio a 52.090 a marzo, con un costo di 24 miliardi di rubli solo in aprile. Gli avvisi ai naviganti aerei (NOTAM) segnalano problemi di rifornimento in 32 dei 227 aeroporti e piste civili, e in 11 dei 27 scali internazionali. A Machačkala il carburante avio ha toccato 157.000 rubli la tonnellata, senza IVA, con un aumento del 64 per cento in giugno, e compagnie come Azimut hanno tagliato voli.

Le conseguenze toccano l’Asia centrale. Il Kazakhstan, che ne contrattualizza 300.000 tonnellate l’anno, ne aveva ricevute 186.000 quando è scattato il divieto. Il Tagikistan si è rivolto all’Iran chiedendo, tra l’altro, 100.000 tonnellate di cherosene, mentre la Mongolia ha chiesto 3.000 tonnellate alla Cina. A settembre i carburanti in Tagikistan costavano il 30 per cento in più; in Kirghizistan la benzina era salita del 24 per cento e il gasolio del 30. A Ulan Bator hanno protestato gli automobilisti.

Sul bilancio federale pesano sussidi record a raffinerie e compagnie aeree: 306 miliardi di rubli, a fronte di entrate da petrolio e gas tra le più basse degli ultimi anni a settembre 2026. Lo Stato si indebita sul mercato interno a rendimenti del 16,63 per cento annuo. Dobrev osserva che la segretezza sui dati si estende, con pene più severe per chi rivela l’entità dei danni. Alcuni governatori russi parlano di un massimo di sei mesi per il ripristino di certe raffinerie, mentre la Borsa merci di San Pietroburgo, simbolo del mercato libero, ha ridotto il personale a metà luglio perché lo Stato dirige a mano i flussi su camion e treni.

Il commento di GrNet.it

Manca, nell’analisi, una separazione netta tra il misurato e il dedotto: la riduzione del 30-50 per cento della raffinazione deriva dai divieti all’export e non da dati industriali, mentre lo stesso autore ricorda che le informazioni vengono classificate sempre di più. Per chi valuta l’efficacia di una campagna di attacchi in profondità alle infrastrutture energetiche, indicatori indiretti come gli avvisi NOTAM, le quotazioni di borsa e i sussidi sono utili ma non equivalgono a una verifica indipendente. Per l’Italia la questione è anche di casa: riguarda quante scorte di carburante avio e quanta ridondanza logistica servano a un paese dipendente dalle importazioni, e se queste vengano discusse con la stessa attenzione dedicata alle munizioni.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 14 ottobre 2026

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