Iran deal, i neocon dell’era Bush tornano in campo contro Trump

Versailles, giugno 2026: il presidente Donald Trump firma con l’Iran un Memorandum d’Intesa (MoU) che chiude, almeno formalmente, una lunga fase di confronto diretto. Poche ore dopo la firma, dalle colonne del Washington Post, arriva la prima risposta pubblica di Douglas Feith, ex sottosegretario alla Difesa per la politica durante la prima amministrazione George W. Bush. È il Quincy Institute, attraverso la testata Responsible Statecraft, a ricostruire il profilo di questo ritorno sulla scena, firmando un’analisi critica a cura di Jim Lobe.
Feith, che non pubblicava un editoriale sul Post, sul New York Times o sul Wall Street Journal dal 2016, è riapparso sotto l’egida dell’Hudson Institute per sostenere che le democrazie non possono fidarsi di «cattivi attori» come l’Iran nel rispettare gli impegni assunti. L’analisi di Lobe non entra nel merito dell’argomento, ma si concentra sulla credibilità del messaggero, ritenendola un problema strutturale per chiunque voglia costruire una campagna di opinione contro l’accordo.
Il curriculum di Feith è al centro della ricostruzione. Protégé di Richard Perle fin dai tempi dell’ufficio del senatore Henry «Scoop» Jackson negli anni Settanta, Feith lo seguì attraverso il Pentagono dell’era Reagan e poi nel gruppo di studio che nel 1996 produsse il documento «Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm», consegnato al neopremier israeliano Benjamin Netanyahu. Quel testo invocava, tra l’altro, il cambio di regime in Siria e la rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq.
Durante la prima amministrazione Bush, come terzo in grado al Pentagono, Feith creò strutture interne dedicate a raccogliere e diffondere materiale che suggerisse legami tra il regime di Baghdad e Al-Qaeda, in contrasto con le valutazioni della comunità d’intelligence americana. Tra queste, la Counter Terrorism Evaluation Unit e l’Office of Special Plans (OSP), quest’ultimo incaricato di pianificare l’occupazione post-invasione dell’Iraq. Fu l’OSP a promuovere la «de-baathificazione», misura che secondo i critici generò quasi immediatamente un’insurrezione a prevalenza sunnita, sfociata poi in una guerra civile settaria. Feith fu anche responsabile dell’Office of Strategic Influence, chiuso dopo le polemiche in Congresso per i suoi presunti piani di diffondere notizie false — o comunque manipolate — verso media stranieri.
Il generale Tommy Franks, comandante del CENTCOM durante le campagne in Afghanistan e Iraq, descrisse pubblicamente la collaborazione con Feith in termini che Responsible Statecraft riporta senza attenuanti. Feith lasciò il Pentagono a sei mesi dall’inizio del secondo mandato Bush, senza ottenere incarichi di rilievo successivi, e si dedicò alla stesura di un memoriale di oltre ottocento pagine che i critici giudicarono un tentativo poco convincente di sottrarsi alle responsabilità per quella che Lobe definisce la più disastrosa «guerra di scelta» della storia americana.
L’analisi chiude con un dettaglio che Lobe considera rivelatore: nel nuovo editoriale di Feith sull’accordo con l’Iran, la parola «Iraq» non compare una sola volta.
Il commento di GrNet.it
Fino a che punto la credibilità personale di chi critica un accordo può condizionarne la ricezione pubblica, indipendentemente dalla solidità degli argomenti? La questione non è accademica: in Italia, dove il dibattito sull’intesa con Teheran si intreccia con le posizioni atlantiste e con gli interessi energetici nel Golfo, sapere chi parla conta quanto ciò che dice. Il ritorno di figure associate ai fallimenti iracheni rischia di compattare, per reazione, un consenso attorno all’accordo che altrimenti potrebbe essere più articolato. Per un analista abituato a valutare le fonti prima dei contenuti, questo meccanismo è familiare: la messenger credibility non è un dettaglio retorico, è una variabile operativa nella formazione dell’opinione pubblica.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 giugno 2026



