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Berlino può permettersi una linea più dura verso Pechino

Un cantiere automobilistico che rallenta, migliaia di posti che si assottigliano mese dopo mese, un settore manifatturiero che negli ultimi anni ha perso circa 420.000 impieghi: è la scena su cui l’European Council on Foreign Relations, ECFR, costruisce la sua analisi sull’atteggiamento tedesco verso la Cina. Secondo il think tank, la Germania continua a mostrare esitazione politica nei confronti di Pechino, ma questa cautela non trova più riscontro nell’opinione pubblica.

Il rapporto ricorda che quando Francia, Italia, Lituania, Paesi Bassi e Spagna hanno chiesto alla Commissione europea misure commerciali più severe verso la Cina, Berlino non solo si è sottratta alla richiesta, ma ha invitato a rafforzare i legami industriali con Pechino. Eppure, sostengono le autrici, i dati dei sondaggi ECFR condotti in quindici paesi europei collocano i tedeschi come il pubblico più scettico verso la Cina in assoluto: il 60% degli elettori cristiano-democratici e socialdemocratici considera Pechino un avversario o un rivale.

Il confronto con altri paesi europei è netto: in Italia il 56% degli intervistati vede ancora la Cina come un partner necessario o un alleato, percentuale che sale al 65% in Spagna. Solo l’opinione pubblica francese si avvicina allo scetticismo tedesco, un dato che secondo l’analisi potrebbe spiegare la ricezione favorevole della postura sempre più critica del presidente Emmanuel Macron verso Pechino.

L’articolo collega questo scetticismo diffuso al cosiddetto China shock, il deterioramento del comparto manifatturiero tedesco: il settore continua a perdere circa 10.000 posti al mese, con l’industria automobilistica che paga il prezzo più alto, schiacciata da produttori cinesi sia sul mercato interno sia su quello estero.

Le autrici notano che anche il Consiglio europeo si sta orientando verso posizioni più severe: al vertice di giugno 2026 i leader hanno sostenuto un rafforzamento degli strumenti di difesa commerciale già esistenti, tra cui le clausole “Buy European” dell’Industrial Accelerator Act e limiti alle tecnologie cinesi considerate ad alto rischio. Berlino, pur senza guidare il cambiamento, non ha più esercitato un ruolo di freno e ha appoggiato con cautela questa linea.

Un secondo elemento a sostegno della tesi riguarda la transizione energetica: il 57% dei tedeschi si dice favorevole a un’elettrificazione crescente dell’economia tramite investimenti nelle rinnovabili, in linea con il 61% registrato in media nei paesi coperti dal sondaggio. Per ECFR, questo consenso può offrire ai decisori tedeschi ed europei una base politica per ridurre le dipendenze emergenti da Pechino, sostenendo al contempo l’industria interna, dall’eolico alle batterie.

La conclusione del rapporto è che rinviare comporta più rischi che agire: i danni economici già inflitti dalla politica cinese al tessuto industriale europeo si sommano al rischio di una futura arma economica legata all’elettrificazione. I governi che sapranno unire de-risking economico ed elettrificazione in un’unica strategia, sostengono le autrici, saranno quelli premiati dagli elettori.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non discute a sufficienza un punto che riguarda direttamente Roma: se il pubblico italiano resta il più incline, tra i grandi paesi europei, a considerare la Cina un partner necessario, qualunque svolta di Berlino verso una linea più dura rischia di lasciare l’Italia esposta senza un mandato elettorale altrettanto solido alle spalle. Per un governo italiano, muoversi in scia a un’iniziativa tedesca che nasce da un consenso popolare che qui non esiste comporta un costo politico diverso, non necessariamente inferiore. La dipendenza industriale italiana da componentistica e tecnologie cinesi, specie nelle filiere della transizione energetica, non è meno rilevante di quella tedesca, ma non gode dello stesso sostegno nell’opinione pubblica. Vale la pena chiedersi se Roma stia costruendo per tempo una base di consenso interno, oppure se si limiterà a seguire l’agenda che Berlino e Parigi definiranno a Bruxelles.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 6 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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