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Hormuz, la proposta di una commissione sul modello del Danubio

«Il principio guida sarebbe la gestione condivisa senza sovranità condivisa.» È la formula con cui Paul D. Dyer, in un articolo pubblicato da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, riassume la sua idea per lo Stretto di Hormuz: una commissione internazionale indipendente, ispirata a quella creata per il Danubio nell’Ottocento, che si occupi della navigazione commerciale lasciando intatte le rivendicazioni territoriali di Iran e Oman.

Nel conflitto in corso tra Iran e Stati Uniti, ricorda l’autore, gli Stati arabi del Golfo hanno sopportato il peso maggiore degli attacchi iraniani con droni e missili, con costi economici in aumento. Poiché un accordo tra Washington e Teheran appare poco probabile, quegli Stati hanno aperto colloqui con l’Iran, usando l’Oman come interlocutore, per chiudere le ostilità e riaprire lo stretto al traffico commerciale senza un coinvolgimento diretto americano. Anche così l’intesa resta difficile: la sfiducia è radicata e la guerra ha acuito l’ostilità reciproca.

Il conflitto ha però messo a nudo la vulnerabilità dei Paesi del Golfo e i limiti dell’ombrello di sicurezza statunitense. Gli attacchi degli Houthi e delle milizie irachene sostenute dall’Iran a Bab Al-Mandab e all’oleodotto saudita Est-Ovest mostrano, secondo Dyer, quanto siano limitate le rotte alternative. Il ritorno al libero transito previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) gli sembra sempre meno realistico.

Giudica invece insostenibile un regime di pedaggi imposti dall’Iran, che pare essere la base dei colloqui tra Oman e Teheran. Le tariffe di transito potrebbero entrare in una soluzione di lungo periodo, ma gli Stati arabi respingeranno qualunque formula che implichi una sovranità iraniana sullo stretto. Un simile assetto rischierebbe di prolungare le tensioni, perché gli Stati Uniti si sentirebbero obbligati a replicare con attacchi o almeno con regolari operazioni per la libertà di navigazione (FONOPs).

Tra i precedenti storici, il più citato è la Convenzione di Montreux del 1936, che regola ancora il passaggio da Bosforo e Dardanelli e offre indicazioni utili sull’accesso delle marine straniere. Per l’autore il modello più applicabile è però un altro: la Commissione europea del Danubio, istituita dal Trattato di Parigi del 1856 dopo la guerra di Crimea. Le potenze firmatarie, incapaci di accordarsi sull’uso del fiume, affidarono la navigabilità e la sicurezza del basso Danubio a un organismo indipendente, che riscuoteva pedaggi e contraeva debiti per finanziare le infrastrutture. Pensata come soluzione provvisoria, restò in vita per oltre 85 anni.

Una Commissione per lo Stretto di Hormuz sarebbe guidata da un consiglio dei otto Paesi che si affacciano sul Golfo. I principali partner commerciali di Asia ed Europa, insieme agli Stati Uniti, farebbero parte di un organo consultivo, con influenza e incentivi a cooperare ma senza diritto di veto. Il mandato iniziale sarebbe stretto: passaggio commerciale sicuro, coordinamento di scorta, soccorso e risposta ambientale, manutenzione delle strutture necessarie. Alle unità navali verrebbe chiesto di notificare il transito previsto, con informazioni condivise tra i membri come avviene a Montreux. I costi sarebbero coperti da tariffe di servizio, pedaggi o contributi degli Stati membri.

La struttura crescerebbe per gradi. Un primo accordo fisserebbe principi e procedure per transito, sicurezza marittima e comunicazione tra le parti; funzioni più delicate, come la deconfliction militare o il sostegno a infrastrutture regionali, verrebbero aggiunte con il consolidarsi della fiducia. Né Iran né Oman rinuncerebbero alle proprie rivendicazioni, e l’autorità della commissione si limiterebbe alla gestione e alla sicurezza della navigazione. Non occorrerebbe attendere un regolamento complessivo dei conflitti del Golfo, e se funzionasse potrebbe favorire il dialogo su nucleare iraniano, gruppi per procura e dispute territoriali, senza averne il mandato.

Dyer prende in esame le obiezioni: negoziare un simile assetto premierebbe l’Iran e creerebbe un precedente per Malacca e Bab Al-Mandab. Le definisce legittime, ma osserva che difendere un regime giuridico incapace di garantire il transito non riapre Hormuz, e che la gestione condivisa non comporta l’abbandono della libertà di navigazione. L’esito auspicato è un ordine di sicurezza del Golfo a guida regionale, con sostegno internazionale, fondato sulla gestione istituzionale degli interessi comuni e non sulla dipendenza da un’unica potenza esterna.

Il commento di GrNet.it

Una fregata al largo dello stretto comunica via radio l’intenzione di transitare, e a terra un centro deve girare l’avviso a otto Stati, Iran compreso: è il primo banco di prova della proposta, perché l’obbligo di notifica, mutuato da Montreux, è previsto già nel mandato iniziale mentre la deconfliction militare è rinviata a una fase successiva. Resta da chiarire come si possano condividere i movimenti di unità americane con Teheran senza che l’avviso diventi esso stesso un dato utile a chi vuole colpirle. Per un ufficiale la questione decisiva sarebbe meno l’architettura giuridica che i canali di comunicazione, le procedure e le regole di ingaggio tra scorte e commissione, di cui l’articolo non parla.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 21 ottobre 2026

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