Elezioni russe senza sorprese, ma la guerra apre scenari incerti per il Cremlino

«Nonostante la prevedibilità delle elezioni per la Duma, la Russia si trova di fronte a un futuro sempre più incerto». È la conclusione a cui giunge Natia Seskuria, ricercatrice del Royal United Services Institute (RUSI), analizzando il voto parlamentare russo di settembre, il primo a svolgersi in tempo di guerra.
Durante i tre giorni di consultazioni, i russi sono stati chiamati alle urne per eleggere i deputati della Duma di Stato e i funzionari regionali. Rispetto agli anni precedenti, il voto si è svolto in un clima segnato da crescenti difficoltà economiche e da un accresciuto senso di insicurezza, alimentato dal successo degli attacchi ucraini con drone a lungo raggio, che hanno eroso la narrativa secondo cui il regime riesce a proteggere i cittadini comuni dagli effetti diretti del conflitto. L’attacco su vasta scala condotto da Kiev su Mosca domenica 20 settembre, ultimo giorno di voto, ha portato la guerra visibilmente dentro la capitale.
Secondo l’autrice, le elezioni restano uno strumento essenziale per dimostrare la legittimità del potere: un’affluenza elevata ma controllata serve a mostrare che i russi continuano a sostenere United Russia e, di conseguenza, Vladimir Putin e lo sforzo bellico in Ucraina. Putin, pur disponendo degli strumenti per abolire del tutto le elezioni, preferisce presentarsi come un leader popolare le cui decisioni rispecchiano la volontà del popolo, non come un dittatore.
Secondo i risultati preliminari diffusi dalla Commissione elettorale centrale, United Russia ha ottenuto una vittoria netta, con circa il 58% dei voti di lista per metà dei 450 seggi della Duma, ed è risultata in vantaggio in 208 dei 225 collegi uninominali, ponendosi sulla via di conservare la maggioranza costituzionale qualificata.
La campagna elettorale si è concentrata su unità nazionale, vittoria in Ucraina e rassicurazione economica e sociale. Il 16 settembre Putin ha esortato i cittadini a votare in nome di «valori comuni, memoria storica e amore per la patria». Per la prima volta dal 2007 il partito si è apertamente ridefinito come il partito di Putin, con lo slogan «Essere per Putin è il minimo», mentre le campagne regionali hanno privilegiato promesse su servizi pubblici, sanità e salari, evitando ogni riferimento ai costi umani ed economici della guerra.
Il Cremlino ha inoltre eliminato anche le forme più marginali di dissenso, revocando la registrazione di Yabloko, unico partito antiguerra ammesso al voto, nonostante l’appello di Yulia Navalnaya a sostenerlo. Al contempo ha promosso i veterani di guerra nelle liste di United Russia, presentando la partecipazione all’invasione come via di avanzamento politico.
Il rapporto sottolinea che il voto non risolve i problemi che Putin deve affrontare: gli attacchi ucraini a lungo raggio colpiscono con crescente sicurezza città e infrastrutture critiche russe, i negoziati restano bloccati e le richieste massimaliste di Mosca non trovano accoglimento, mentre l’avanzata territoriale russa procede a ritmo lento e a costi umani e materiali molto elevati. Tra gli scenari possibili figura una nuova ondata di mobilitazione: la Guardia nazionale avrebbe già condotto addestramenti legati alla mobilitazione e preparativi di evacuazione, e il suo comandante ha emesso un decreto sulle responsabilità della forza in caso di legge marziale. Il precedente della mobilitazione parziale del settembre 2022, che provocò un massiccio esodo di russi verso i paesi vicini, indica i rischi politici di una simile scelta.
Il commento di GrNet.it
La mobilitazione generale del 1914, innescata da una catena di richiami parziali che nessuno riuscì più a contenere, resta il caso di scuola citato nei manuali di storia militare per descrivere come una leva limitata possa sfuggire al controllo politico che l’ha ordinata. L’analisi di RUSI individua nel possibile nuovo richiamo russo un rischio analogo: il precedente del settembre 2022, con l’esodo di massa e il malcontento interno che generò, dimostra che il Cremlino conosce bene i costi politici di questa opzione ma potrebbe non avere alternative migliori sul tavolo. Per chi osserva le forze armate russe da una prospettiva operativa, il dato interessante non è il risultato elettorale, scontato in partenza, ma la traiettoria di un esercito che continua a subire perdite di uomini e materiali senza riuscire a chiudere il conflitto sul campo. Resta da vedere se la pressione economica e gli attacchi ucraini in profondità spingeranno Mosca verso una nuova chiamata alle armi, o se il Cremlino preferirà proseguire con l’attuale logica di attrito a basso profilo politico interno.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 21 settembre 2026




