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Le elezioni serbe e la filiera produttiva della difesa israeliana

Nell’aprile 2026 il presidente serbo Aleksandar Vučić rivelava il progetto di un programma congiunto con Israele per la produzione di droni da combattimento. Nel settembre successivo veniva aperto in Serbia un impianto di assemblaggio di velivoli di concezione israeliana. Su questa traiettoria si innesta il commento di Vladimir Krulj, pubblicato dal think tank britannico RUSI: le elezioni anticipate del 25 ottobre interessano Gerusalemme perché mettono alla prova una partnership industriale-difensiva europea di rilievo crescente.

Il voto arriva dopo mesi di tensione sociale, proteste prolungate, pressioni istituzionali e richieste economiche in aumento. È considerato un banco di prova per Vučić, che si è dimesso il 27 settembre, e per il Partito progressista serbo (SNS). Secondo l’autore, un cambio degli equilibri politici può comportare riesame delle politiche, avvicendamenti amministrativi e priorità legislative diverse nelle industrie statali chiave.

La logica strategica, osserva Krulj, non è immediata: la Serbia è un paese piccolo e senza sbocco al mare, mentre le preoccupazioni israeliane sono concentrate in Medio Oriente. Ma la guerra in Ucraina ha mostrato la rapidità con cui si consumano proiettili d’artiglieria, droni, missili e ricambi. Per questo le forze armate evolute hanno bisogno di stabilimenti in grado di produrre di più, e la capacità industriale diventa potenza militare.

Secondo fonti ufficiali, il comparto serbo conta quasi 200 aziende, pubbliche e private, che producono armi, munizioni ed equipaggiamenti. Il settore è centrale per la capacità di difesa nazionale e per le entrate da export. Israele, dal canto suo, si è affermato come fornitore di tecnologie avanzate a Belgrado.

La cooperazione è andata oltre la fornitura di materiali. Sempre in aprile 2026 è stato avviato il Serbia-Israel Strategic Dialogue, che ha formalizzato l’intesa su tecnologia, innovazione e cooperazione economica. L’impianto di assemblaggio aperto a settembre indica, per l’autore, una fase di integrazione più profonda di un normale contratto di fornitura: da un lato uno Stato con tecnologia militare avanzata, dall’altro un paese europeo con capacità manifatturiera, manodopera qualificata e un settore difesa già strutturato.

Belgrado pratica da anni un equilibrismo geopolitico: aspira all’adesione all’Unione europea (UE), mantiene il rapporto con la Russia e ha rafforzato i legami con la Cina, a cui si sono aggiunti quelli con Israele. Krulj rileva che proprio la mancata piena integrazione nell’UE offre alla Serbia margini di manovra. Non essendo vincolata a meccanismi di consenso collettivo né a veti comuni sull’export, può concludere accordi pragmatici e vendere materiale militare oltre le linee di frattura geopolitiche. Questa flessibilità, tuttavia, dipende dalla continuità politica.

Il rischio indicato non è una rottura diplomatica. Un nuovo governo non si schiererebbe necessariamente contro Israele né metterebbe in pericolo i contratti esistenti. Più banalmente, i governi rivedono accordi, riconsiderano le politiche di esportazione e riesaminano gli appalti decisi dai predecessori, mentre i partner di coalizione chiedono priorità diverse. In tempo di guerra una licenza di esportazione in ritardo o una revisione contrattuale possono avere peso strategico, e una linea di produzione ferma per sei mesi non si ripara con un comunicato.

La diversificazione resta la risposta ovvia: ampliare la produzione nazionale, avere più fornitori, evitare la dipendenza da un solo partner. La Serbia andrebbe considerata una capacità aggiuntiva, non un sostituto dell’industria israeliana, e funziona solo se ogni partner resta politicamente affidabile. Per Belgrado l’opportunità è speculare, ma poggia sulla credibilità: le aziende investono in partnership di lungo periodo se si aspettano contratti rispettati e istituzioni che sopravvivano alle elezioni.

Un successore di Vučić potrebbe avvicinare il paese a Bruxelles, un altro dare più peso a Mosca o a Pechino, una coalizione di opposizione rivedere le politiche più controverse dell’ex presidente. Nessuno di questi esiti minaccia di per sé Israele, ma tutti generano incertezza. La raccomandazione dell’autore è non personalizzare il rapporto e istituzionalizzare la cooperazione: contratti duraturi, procedure trasparenti, più canali politici e assetti produttivi pensati per reggere l’alternanza.

In conclusione, Krulj ricorda che la continuità politica serba non può garantire la sicurezza di Israele, ma un cambiamento profondo potrebbe alterare il quadro regolatorio e gli accordi di produzione, licenza e fornitura che sostengono i legami bilaterali nel settore.

Il commento di GrNet.it

Quanto può reggere una linea produttiva la cui licenza di esportazione dipende dall’esito di un voto? Poco, se il rapporto poggia sulle persone più che sulle procedure, ed è il punto più solido dell’argomento di Krulj. Va però letto con cautela: il dato sulle quasi 200 aziende viene da fonti ufficiali e l’apertura dell’impianto di assemblaggio è riportata senza indicazioni su volumi o capacità reali, quindi la tenuta industriale resta da verificare. Per l’Italia il tema non è remoto, perché la ricostituzione delle scorte europee passa sempre più da partner esterni ai meccanismi comuni dell’Unione, con l’agilità e la reversibilità che l’autore descrive. Resta aperto se una cornice contrattuale istituzionalizzata basti davvero a reggere un cambio di governo.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 30 settembre 2026

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