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Come gli Houthi possono spostare a favore di Teheran la guerra con Washington

Un drone sopra la Mecca, un caccia saudita abbattuto sui cieli dello Yemen, una petroliera colpita nel Bab el-Mandeb: sono gli episodi che negli ultimi giorni hanno segnato l’escalation tra il regime Houthi e Riad. È a partire da questa sequenza che Paul R. Pillar, in un’analisi pubblicata su Responsible Statecraft, sostiene che il confronto militare tra Stati Uniti e Iran rischia di ribaltarsi a favore di Teheran proprio a causa dello Yemen.

Secondo l’autore, la guerra tra Washington e Teheran si è trasformata in una gara di resistenza al dolore economico dopo il fallimento del Memorandum d’Intesa di giugno, che aveva fatto sperare in una fine anticipata del conflitto. Ciascuna delle due parti confida di poter reggere più a lungo dell’altra.

In questo contesto, osserva Pillar, il ritorno all’azione militare del regime Houthi nello Yemen – che controlla i due terzi della popolazione del paese dalla presa di Sana’a nel 2014 – introduce una variabile capace di alterare l’equilibrio. Se in precedenza gli attacchi nel Mar Rosso erano diretti contro Israele in solidarietà con Gaza, questa volta il bersaglio dichiarato è l’Arabia Saudita, contro cui gli Houthi hanno proclamato un blocco navale.

La tregua del 2022, che aveva chiuso anni di bombardamenti sauditi sullo Yemen, ha retto fino a quest’anno; nell’ultimo mese gli scambi di fuoco sono aumentati rapidamente. Gli Houthi hanno inoltre conquistato il porto di Mokha e l’isola di Perim, nel mezzo dello stretto di Bab el-Mandeb, rafforzando la propria capacità di colpire il traffico marittimo nell’area.

A questo si è aggiunto un attacco, attribuito a milizie in Iraq, contro l’oleodotto che attraversa la penisola saudita, costringendo Riad a sospenderne l’attività. L’oleodotto rappresentava per l’Arabia Saudita la via alternativa allo stretto di Hormuz, già compromesso dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha fatto scendere le esportazioni petrolifere saudite a 3,2 milioni di barili al giorno, minimo da tredici anni. Secondo Aramco, la capacità della condotta era stata portata a 7 milioni di barili al giorno; circa 4 milioni, pari al quattro per cento del consumo mondiale, transitavano su quella rotta.

I mercati hanno reagito: i futures sul Brent hanno superato i 100 dollari al barile. Per Pillar l’effetto indiretto più rilevante è lo spostamento dell’equilibrio a favore dell’Iran, perché il rincaro del petrolio si traduce per gli Stati Uniti in benzina e gasolio più cari, maggiore inflazione e insoddisfazione degli elettori, mentre per Teheran la posta in gioco resta la sopravvivenza del regime.

L’autore segnala inoltre che il nove per cento del traffico marittimo mondiale passa per Suez, Mar Rosso e Bab el-Mandeb, e che la prudenza di compagnie di navigazione e assicuratori potrebbe restringere ulteriormente i flussi commerciali, replicando quanto già avvenuto a Hormuz.

Pillar sottolinea infine che definire gli Houthi un “proxy iraniano” è impreciso: il gruppo ha agito in passato contro le indicazioni di Teheran, come nella presa di Sana’a, e sta sviluppando una propria capacità produttiva di armamenti che ne riduce la dipendenza dall’Iran. Un eventuale accordo di cessate il fuoco dovrebbe includere la navigazione nel Bab el-Mandeb, ma né Washington controlla Israele né Teheran controlla gli Houthi, mentre l’Arabia Saudita, gravata da una crisi finanziaria incombente, potrebbe scegliere di intensificare lo scontro nello Yemen.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non affronta un aspetto che meriterebbe attenzione: la distinzione tra ciò che è confermato e ciò che resta rivendicazione unilaterale. L’abbattimento di un caccia saudita è dichiarato dagli Houthi, il drone sulla Mecca è denunciato da Riad, la capacità produttiva di armi del gruppo yemenita è citata da fonti giornalistiche ma non verificata in modo indipendente: sono tre livelli di attendibilità diversi, spesso appiattiti nel racconto giornalistico in un’unica narrazione di escalation. Per chi valuta la sicurezza marittima nel Mediterraneo allargato, però, il dato solido resta quello economico: una riduzione verificabile delle esportazioni saudite e un aumento altrettanto verificabile dei future sul Brent. La cautela nel distinguere fonti verificate da rivendicazioni non riduce la gravità della situazione nel Bab el-Mandeb, ma aiuta a calibrare correttamente le previsioni su una crisi che, se si allarga, toccherebbe anche le rotte che riforniscono i porti italiani.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 settembre 2026

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