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Gli stati di mezzo tra Russia e NATO: una nuova dottrina per Washington

Dai primi anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno gestito lo spazio post-sovietico con una politica a doppio binario: integrare la Russia come partner di rango minore nell’ordine liberale a guida americana, e al tempo stesso allargare la NATO fino ai confini occidentali russi per premunirsi contro un possibile ritorno di impulsi espansionistici di Mosca. Secondo Artin Dersimonian, che firma l’analisi per Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, quella doppia strategia è oggi da considerarsi fallita.

L’autore richiama il giudizio di Thomas Graham, definito uno dei principali studiosi statunitensi di questioni russe, secondo cui la politica di hedging si è rivelata controproducente: il Cremlino si è convinto che il vero obiettivo americano fosse indebolire e contenere la potenza russa, una percezione che ha spinto Mosca a rafforzare i propri strumenti di potenza e a ostacolare le iniziative NATO nello spazio ex sovietico.

L’articolo cita episodi recenti a sostegno della tesi di una crisi regionale più ampia, precedente alla guerra in Ucraina ma da essa accelerata: l’ambasciatore moldavo a Washington ha definito «non un incidente» il volo di un drone russo a propulsione jet sul territorio moldavo mentre l’aereo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky si preparava a decollare da Chișinău; l’Armenia continua a subire pressioni russe legate al proprio riorientamento filo-occidentale; sui confini occidentali e meridionali della Bielorussia permangono tensioni dopo le accuse ucraine, formulate quest’estate, secondo cui il territorio bielorusso sarebbe utilizzato a sostegno dello sforzo bellico russo.

Il Quincy Institute ha avviato un’iniziativa dedicata alla politica statunitense verso i cosiddetti «stati di mezzo» — Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia e Moldova — e ne presenta i principi in un rapporto inaugurale. Il primo principio è che Washington non ha interessi vitali tali da giustificare il rischio di diventare garante di sicurezza per questi paesi. Il secondo è che gli Stati Uniti dovrebbero promuovere connettività economica e normalizzazione politica, incoraggiando i paesi della regione a perseguire politiche estere multivettoriali, aperte a relazioni positive con tutti i vicini.

Un terzo elemento riguarda il rapporto con la Russia: l’impegno americano in Eurasia dovrebbe accompagnarsi a misure di rafforzamento della fiducia con Mosca, con un dialogo continuo su ciò che Washington fa e non fa nella regione. Gli autori osservano che la Russia ha già mostrato, in Georgia e in Ucraina, disponibilità a usare la forza per difendere i propri interessi negli stati di mezzo, mentre la NATO non ha analoga disponibilità; per questo ritengono sensato escludere in via definitiva un futuro allargamento dell’Alleanza atlantica alle ex repubbliche sovietiche.

Tra i risultati positivi già ottenuti, il rapporto segnala l’annuncio dell’8 agosto 2025 del Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), presentato alla Casa Bianca con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, il presidente azero Ilham Aliyev e il presidente Donald Trump, e i progressi diplomatici con la Bielorussia, culminati nel rilascio di alcune centinaia di prigionieri politici in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Restano invece irrisolte le dispute territoriali su Transnistria, Abkhazia e Ossezia del Sud, per le quali un accordo negoziato sulla guerra ucraina creerebbe, secondo l’autore, condizioni più favorevoli.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non affronta un punto che a un osservatore italiano, abituato a misurare gli impegni della NATO fuori area, risulta rilevante: la rinuncia esplicita all’allargamento verso gli stati di mezzo avrebbe effetti diretti sulla postura del fianco sud-orientale dell’Alleanza, di cui l’Italia è parte attiva tramite missioni e presenza navale nel Mar Nero allargato. Se Washington congela davvero l’espansione a Georgia e Moldova, il peso della stabilizzazione regionale ricadrebbe più sugli strumenti diplomatici ed economici europei che su una deterrenza militare condivisa, un compito che Roma ha finora svolto in modo marginale rispetto a Francia e Germania. Resta poi da capire come si concilierebbe questa dottrina con gli impegni assunti verso la Georgia in sede di partenariato, che il rapporto liquida senza approfondire. È un’ipotesi di lavoro americana, non ancora una linea condivisa in sede NATO, e la sua adozione aprirebbe una discussione che l’Italia farebbe bene a seguire da vicino, senza subirla passivamente.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 14 settembre 2026

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