Netanyahu, stretto tra le pressioni di Trump e il voto di ottobre

Una telefonata carica di tensione, un’espressione volgare pronunciata da Donald Trump al telefono con Benjamin Netanyahu, definito «pazzo»: è il retroscena che, secondo Chatham House, fotografa il punto più basso mai raggiunto nel rapporto tra il presidente statunitense e il primo ministro israeliano. L’episodio, confermato dallo stesso Trump, si sarebbe consumato mentre Israele proseguiva le operazioni in Libano rischiando di far saltare l’intesa raggiunta con Teheran.
Il think tank londinese ricostruisce come il memorandum d’intesa siglato da Washington con l’Iran sia stato accolto con forte scetticismo in Israele, dove Netanyahu è stato ritenuto responsabile di aver ceduto alle pressioni americane. È seguita, la settimana successiva, un’ulteriore intesa trilaterale tra Israele, Stati Uniti e Libano: più favorevole a Gerusalemme nella forma, ma comunque guardata con sospetto da un’opinione pubblica che, secondo i sondaggi citati dall’analisi, sostiene in maggioranza un’azione militare contro Hezbollah.
Gli autori ripercorrono l’evoluzione del rapporto tra i due leader dall’insediamento di Trump nel gennaio 2025. Netanyahu, che avrebbe rinviato deliberatamente decisioni chiave durante l’amministrazione Biden in attesa del ritorno di Trump alla Casa Bianca, ottenne l’approvazione del cessate il fuoco a Gaza — con il rilascio di 33 ostaggi — proprio in tempo per l’insediamento presidenziale. Da allora, però, le posizioni dei due si sono progressivamente divaricate: dal piano iniziale di Trump per «ricollocare» la popolazione palestinese di Gaza in Libia fino al piano di pace in 20 punti che ha di fatto imposto una tregua sia a Israele sia ad Hamas.
La guerra con l’Iran avrebbe reso evidente, secondo Chatham House, la distanza tra le visioni geopolitiche dei due leader. Mentre Trump intensificava la cooperazione con Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Pakistan per ottenere un cessate il fuoco, Netanyahu avrebbe voluto mantenere la pressione militare su Iran e Hezbollah, anche dopo che le stesse Forze di difesa israeliane (IDF) avevano ammesso l’irrealismo di un’eliminazione di Hezbollah senza un’invasione su vasta scala.
I termini dell’intesa con il Libano consentono alle truppe israeliane di restare nel sud del paese fino al disarmo di Hezbollah, e Netanyahu ha già ribadito questa intenzione. Un ritiro significativo delle forze risulterebbe impopolare in vista delle elezioni parlamentari di ottobre, mentre Trump avrebbe bisogno che il cessate il fuoco regga per stabilizzare la situazione in Iran: resta da vedere, nota il rapporto, quanta pressione Washington sia disposta a esercitare per farlo rispettare.
Sul piano elettorale, i sondaggi citati indicano che Netanyahu non riuscirebbe al momento a comporre una coalizione di governo, complice l’erosione di consenso legata al 7 ottobre 2023, alla gestione della crisi degli ostaggi, alla riforma giudiziaria e alle accuse di corruzione. Oltre due terzi degli israeliani riterrebbero le politiche di Trump dannose per Israele, mentre i media vicini a Netanyahu lo dipingono come debole e indeciso: un parallelo, suggerisce l’analisi, con la strategia già usata nel 2015 contro Barack Obama sull’accordo sul nucleare iraniano.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non affronta un punto che per Roma non è secondario: la permanenza di truppe israeliane nel sud del Libano fino al disarmo di Hezbollah crea un vincolo diretto per UNIFIL, missione a comando italiano da anni, che si troverà a operare in un’area dove la sovranità territoriale resta sospesa tra due eserciti e una milizia non disarmata. Un contingente di interposizione lavora su equilibri fragili quanto quelli tra Washington e Gerusalemme descritti nel pezzo, e ogni incrinatura nella catena di garanzie politiche tra Stati Uniti e Israele si traduce, sul terreno, in regole d’ingaggio più incerte per chi presidia la linea blu. Vale la pena chiedersi se lo stato maggiore della difesa stia già rivedendo i parametri di rischio della missione alla luce di un memorandum che, per stessa ammissione degli osservatori citati, ha scadenze vaghe e richieste minime a Israele.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 1 luglio 2026




