Le elezioni di midterm e l’errore europeo sulla guerra all’Iran

Secondo un’analisi di Eldar Mamedov pubblicata da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, la vittoria democratica alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti è stata accolta in Europa con un sollievo prudente. I governi dell’Unione europea (UE), però, la leggono alla luce delle proprie convinzioni, senza esaminare le cause della sconfitta repubblicana. Per l’autore il voto è legato soprattutto alla guerra contro l’Iran e ai suoi costi, non alla politica ucraina di Donald Trump.
Mamedov cita alcune reazioni. L’alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas spera che il nuovo Congresso rafforzi l’unità transatlantica e il sostegno a Kiev. La vicepresidente del Parlamento europeo Christel Schaldemose ha parlato di «cauto ottimismo» per l’Ucraina e per la transizione verde, mentre il premier spagnolo Pedro Sánchez ha visto nel voto un rifiuto di disuguaglianza, odio, sessismo e negazionismo climatico.
I dati richiamati nel testo vanno in un’altra direzione. I sondaggi di Associated Press-NORC, New York Times/Siena, Fox News e Gallup indicavano che, in media, tra il 75 e l’80 per cento degli elettori giudicava rilevanti il costo della vita, cioè il prezzo dei carburanti, e la guerra con l’Iran. Negli exit poll il 74 per cento ha definito il conflitto un fattore «cruciale» o «importante» nella scelta di voto. Lo stesso vicepresidente JD Vance ha indicato la guerra come prima causa della disfatta repubblicana.
In Europa a cogliere per prime il sentimento contrario al conflitto sono state le destre nazionaliste, un tempo ammiratrici di Trump. Jordan Bardella, leader del National Rally francese, e Alice Weidel, alla guida di Alternative für Deutschland (AfD), hanno attribuito la sconfitta alle conseguenze economiche della guerra. Entrambi i partiti guidano i sondaggi nei rispettivi paesi e, nota l’autore, si erano opposti al conflitto fin dall’inizio.
Il caso più indicativo è quello del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel giugno 2025 lodò Israele per il «lavoro sporco» svolto per l’Occidente; sulla campagna di bombardamenti americano-israeliana del febbraio 2026 disse che non era il momento di impartire lezioni di diritto internazionale ai alleati. Oggi lamenta un costo per l’Europa superiore a 100 miliardi di euro in energia più cara. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che all’inizio aveva evocato una «transizione democratica» a Teheran, quantifica la spesa aggiuntiva in combustibili fossili in 127 miliardi di euro (143 miliardi di dollari). Nessuno dei due, ricorda Mamedov, ha collegato pubblicamente l’esito elettorale alla guerra.
Gli europei, osserva l’autore, avevano poca influenza sulla decisione di Washington. La Germania ha sostenuto il conflitto, la Francia ne ha riconosciuto l’illegittimità ma ha insistito sul comportamento destabilizzante di Teheran, mentre Italia, Portogallo, Bulgaria e Cipro hanno consentito l’uso delle basi sul proprio territorio. La Spagna di Sánchez si è opposta fin dall’inizio.
Il costo, argomenta Mamedov, riguarda ormai anche la sicurezza. L’Iran ha dichiarato che, in caso di nuovo attacco, colpirà ogni paese che lo agevoli. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, si è vantato di 5.000 sortite di velivoli statunitensi partite dall’Europa: per Teheran i paesi coinvolti diventano così bersagli legittimi. L’autore propone di rifiutare qualsiasi ruolo in ulteriori attacchi contro l’Iran e di recuperare un ruolo diplomatico con Turchia, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar e Oman.
Sull’Ucraina, Mamedov ritiene che la sottomissione a Trump fosse il prezzo pagato per tenerlo schierato con Kiev, e che sia stata un errore di calcolo, dato che il presidente americano ha mostrato di preferire un accordo con Mosca. Un Congresso democratico potrebbe aumentare gli aiuti e le sanzioni, oppure concentrarsi sull’economia interna, lasciando a Trump spazio negoziale. Come esempio di alternativa cita la telefonata del 27 ottobre tra Vladimir Putin, il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Støre, pur senza risultati immediati.
La conclusione è che l’autonomia strategica europea non si riduce a più spesa per la difesa o a minori acquisti di armi americane, ma richiede di evitare guerre non necessarie e di dialogare con gli avversari. Il voto americano, per Mamedov, esprime più una reazione alle guerre senza fine che un arretramento del populismo nazionale.
Il commento di GrNet.it
L’articolo non chiarisce a quali condizioni sia stato concesso l’uso delle basi sul suolo italiano, e la differenza tra supporto logistico, transito e operazioni offensive conta molto per valutare l’esposizione del Paese. Anche le 5.000 sortite citate da Rutte e la minaccia iraniana restano affermazioni di parte, non verificate in modo indipendente nel testo. Per l’Italia la questione operativa, prima ancora di quella politica, è quali margini decisionali conservi sulle installazioni che ospita e quali protocolli di consultazione preventiva esistano con Washington. Sono domande che il dibattito europeo, secondo questa lettura, tende a rinviare.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 7 novembre 2026






