Perché l’Arabia Saudita è tornata in guerra nello Yemen

Il 10 settembre 2026 gli Houthi, o Ansar Allah, hanno preso la costa yemenita sul Mar Rosso e alcune isole nello stretto di Bab al-Mandab. Già a inizio ottobre le forze governative sostenute da Riyadh hanno però iniziato a riconquistare parte del territorio, mentre l’aviazione saudita colpiva le posizioni nemiche. Lo ricostruisce Annelle Sheline in un testo uscito su Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, ripreso dall’Arab Center Washington DC. Secondo l’autrice la guerra nello Yemen resta distinta da quella contro l’Iran, anche se ne subisce l’effetto moltiplicatore. Francia, Pakistan e Stati Uniti hanno inviato personale a sostegno del regno.
Alcuni osservatori esterni leggono l’offensiva come un ulteriore teatro della guerra americano-israeliana contro Teheran. Per Sheline le radici sono altre: la presa di Sanaa nel settembre 2014 e la coalizione guidata dai sauditi nel marzo 2015. Gli Houthi sono alleati dell’Iran, che li rifornisce di nascosto almeno dal 2009, ma perseguono un obiettivo proprio, il consolidamento del controllo sul Paese. La tenuta iraniana sotto i colpi di Washington e Tel Aviv ha comunque accresciuto la loro percezione di slancio.
L’innesco è del 13 luglio 2026. Un aereo civile iraniano, con a bordo una delegazione Houthi reduce dai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei, ha trovato bombardata la pista dell’aeroporto di Sanaa ed è atterrato a Hodeidah. L’attacco è stato rivendicato dal Consiglio di leadership presidenziale (Presidential Leadership Council, PLC), mentre gli Houthi ne hanno attribuito la responsabilità a Riyadh. Il 20 luglio hanno annunciato un blocco contro le esportazioni di petrolio saudite attraverso Bab al-Mandab, colpendo poi impianti petroliferi e navi cisterna. La tregua in vigore dall’aprile 2022 era finita, e i preparativi risalivano a prima: il 16 giugno il leader Abdul Malik al-Houthi aveva dichiarato il movimento pronto al combattimento.
In quel discorso la narrazione si è spostata dalla causa palestinese alle restrizioni saudite su spazio aereo e porti. Il sostegno ai palestinesi aveva alimentato legittimità interna, arruolamenti e visibilità internazionale, ma era costato raid statunitensi e israeliani. Ad agosto 2025 Israele aveva ucciso diversi ministri Houthi, primo ministro compreso. Dopo l’impegno di Netanyahu per un cessate il fuoco a Gaza, nell’ottobre 2025, il movimento ha ridotto gli attacchi contro Israele.
Negli ultimi quattro anni le capacità militari Houthi sono cresciute. Producono armi in Yemen, pur dipendendo da una rete di fornitori, Iran compreso, per materie prime e componenti. Secondo notizie di stampa citate dall’autrice avrebbero usato lo strumento di intelligenza artificiale Claude di Anthropic per sviluppare armi guidate; già nel 2017 avevano sperimentato un barchino senza equipaggio.
L’avanzata sulla costa è stata agevolata dal ritiro degli Emirati Arabi Uniti dallo Yemen, nel gennaio 2026, sotto pressione saudita. A dicembre 2025 il Consiglio di transizione del Sud (Southern Transitional Council, STC) aveva occupato ampie aree di Hadramawt e al-Mahra; Riyadh aveva risposto bombardando navi emiratine cariche di armi. L’STC è stato sciolto e il suo presidente, Aidarous al-Zubaidi, è fuggito negli Emirati, ma le richieste di indipendenza del Sud non si sono spente. Il PLC, nato con otto membri, quattro vicini a Riyadh e quattro agli Emirati, è diviso, accusato di corruzione e ha faticato inizialmente ad arginare gli Houthi.
Il precedente è istruttivo. Dopo l’attacco di Jeddah durante il Gran Premio di Formula 1, nel marzo 2022, Riyadh accettò la tregua dell’aprile 2022. Nel 2023 negoziò direttamente con gli Houthi, con la mediazione dell’Oman, fino alla tabella di marcia ONU del dicembre 2023: stipendi pubblici pagati dai sauditi, allentamento delle restrizioni, ripresa dell’export di greggio. L’intesa avrebbe svuotato il PLC. Secondo Sheline il volo da e per Teheran ha superato una soglia per i sauditi, che con Hormuz chiuso dipendevano di più dal Mar Rosso. Donald Trump ha però rifiutato di intervenire direttamente.
Le opzioni di Riyadh sono tre: ribaltare i guadagni Houthi con il PLC, spostare il sostegno ai separatisti del Sud, oppure riaprire i negoziati in vista del ritiro. Per ora prevale la prima. Il Regno Unito rifornisce in volo i velivoli sauditi, la Francia invierà truppe a Yanbu per proteggere i siti energetici e il Pakistan avrebbe schierato tra 30.000 e 40.000 uomini, non sulla linea del fronte yemenita.
La seconda strada appare improbabile per i timori sauditi su un Sud indipendente. La terza resta aperta se i costi cresceranno o se Riyadh riterrà migliorata la propria posizione negoziale. Comporterebbe il consolidamento del potere Houthi, descritto come una catastrofe da chi è fuggito dalla loro amministrazione: minori arruolati, detenzioni di oppositori e deviazione degli aiuti hanno già spinto diverse organizzazioni umanitarie a lasciare i territori controllati. L’autrice nota tuttavia che gli Houthi restano la forza di sicurezza più capace del Paese e che gli attacchi stranieri ne rafforzano la narrazione di difensori della sovranità. A suo giudizio un accordo potrebbe ridurne la dipendenza dall’Iran, con un ruolo ONU di facilitazione tra le fazioni yemenite.
Il commento di GrNet.it
Sull’attacco al aeroporto di Sanaa del 13 luglio 2026 circolano due versioni, perché il PLC lo rivendica e gli Houthi lo attribuiscono a Riyadh, ed è su questo episodio che l’autrice fonda la rottura della tregua. Conviene distinguere ciò che il testo documenta, come le date degli attacchi e dei ritiri, da ciò che resta dichiarato o riferito, come i 30.000-40.000 soldati pakistani «secondo quanto riportato» o l’uso di Claude per armi guidate, entrambi affidati a notizie di stampa. Per chi ha pianificato operazioni sul fianco meridionale, la protezione dei siti energetici di Yanbu e il rifornimento in volo sono compiti diversi dal combattimento, e la differenza pesa sulla soglia di rischio. Resta da capire quanto la tesi dell’autrice, che un accordo ridurrebbe la dipendenza Houthi dall’Iran, regga alla prova dei fatti, poiché il testo non offre elementi per verificarla.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 12 ottobre 2026




