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Potenze medie del Golfo: l’autonomia strategica resta lontana dal post-America

Nel 1955 il Patto di Baghdad avrebbe dovuto legare Iraq, Turchia, Iran, Pakistan e Regno Unito in uno sforzo di contenimento anti-sovietico, ma interessi divergenti e scarsa integrazione istituzionale gli impedirono di diventare una NATO mediorientale. È il precedente con cui Ranj Alaaldin, senior associate fellow del Royal United Services Institute (RUSI), legge nel commento del 28 ottobre 2026 la tesi del «momento delle potenze medie». Secondo l’autore, l’attivismo dei Paesi del Golfo non segna una redistribuzione del potere: la supremazia statunitense resta intatta e l’autonomia è ancora in larga parte da costruire.

Il Golfo viene indicato come il caso più persuasivo. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita collaborano con Cina e Russia senza rinunciare all’alleanza con Washington, mentre il Qatar media tra attori che gli Stati Uniti raggiungono con difficoltà e ha ampliato i legami con Pechino pur essendo Major Non-NATO Ally. Questa maggiore libertà d’azione, nota Alaaldin, ha due letture: una trasformazione da spettatori a protagonisti, oppure più semplice margine di manovra in un sistema conteso, al di sotto del livello delle grandi potenze.

L’idea di un disimpegno americano, argomenta l’autore, confonde un cambio di modalità con un trasferimento di potere. Washington può ridurre le truppe e delegare oneri ai partner, conservando però basi, reti di intelligence, infrastrutture logistiche e potenza navale e aerea per rientrare in una crisi su larga scala. L’autore cita la guerra allo Stato islamico sotto Obama, Gaza sotto Biden e la guerra all’Iran sotto Trump. Per questo diversificare i partner non equivale ad avere una strategia, né ad acquisire autonomia.

Le fasi di transizione, prosegue il commento, aprono spazi a chi sa coglierli: la mediazione del Pakistan tra Stati Uniti e Iran ne è un esempio. Anche Russia e Cina si sono dimostrate opportuniste più che trasformative: Mosca è stata l’attore esterno predominante in Siria fino alla caduta di Assad nel dicembre 2024, mentre il ruolo di arbitro regionale attribuito a Pechino dopo il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran del 2023 è stato smentito da escalation houthi, crisi di Hormuz e guerra con l’Iran.

Il testo richiama poi due precedenti. Durante la Guerra fredda Egitto, Iran, Arabia Saudita e Turchia ottennero concessioni mettendo Washington e Mosca l’una contro l’altra, senza alterare gli equilibri sistemici. L’embargo petrolifero del 1973, ricordato come monito contro letture eccessive della de-dollarizzazione dei BRICS, si rivelò difficile da sostenere per le divisioni tra i produttori. Anche l’Europa, pur con peso economico e industriale, non ha trasformato l’autonomia strategica in un polo indipendente.

Il Patto di Mecca del 7 agosto 2026 prevede che l’attacco a un firmatario valga come attacco a tutti. Quella clausola è stata messa alla prova da nuovi attacchi houthi contro l’Arabia Saudita e, il 10 ottobre, dall’attacco mortale all’aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh. Turchia e Pakistan hanno espresso sostegno e il 5 ottobre i firmatari hanno avviato l’attivazione degli impegni, con forze da schierare rapidamente in territorio saudita. Finora, però, non si è vista alcuna azione militare collettiva.

La prova più rivelatrice è la guerra. Dall’inizio delle ostilità, a febbraio, l’Iran ha lanciato oltre 7.000 tra missili e droni contro i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo; i soli Emirati hanno subito più di 550 missili balistici e 2.265 attacchi con droni. Gli attacchi hanno cancellato il 17 per cento della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto del Qatar, con perdite stimate in 20 miliardi di dollari l’anno per un massimo di cinque anni. Le difese aeree hanno intercettato la maggior parte delle minacce, ma con forte pressione su scorte di intercettori, sistemi di comando e controllo e infrastrutture.

Nel 2021–25 Arabia Saudita e Qatar sono stati rispettivamente il terzo e il quarto importatore mondiale di armi; gli Stati Uniti hanno fornito il 77 per cento delle importazioni saudite e il 48 per cento di quelle del Qatar, e oltre la metà delle armi maggiori entrate in Medio Oriente è americana. Gli acquisti, osserva l’autore, non sostituiscono la profondità strategica: difesa aerea e missilistica integrata, ricognizione, logistica, scorte di munizioni, integrazione del comando e deterrenza esterna credibile. Gli arsenali del Golfo restano inoltre legati alle catene di fornitura e manutenzione occidentali.

Alaaldin riconosce tuttavia un’accelerazione verso la produzione interna. Gli Emirati puntano a realizzare in casa droni, piattaforme autonome e tecnologie di propulsione; l’Arabia Saudita mira a localizzare oltre il 50 per cento delle capacità militari entro il 2030, con componenti per la difesa missilistica; il Qatar procede con joint venture e trasferimenti di tecnologia. Una base industriale-militare autoctona potrebbe sostenere la proiezione diplomatica e ridurre la dipendenza da fornitori e garanti esterni.

Il commento di GrNet.it

Che cosa vale una clausola di difesa collettiva se, a due settimane dall’attivazione, nessun reparto si è mosso? Vale per ciò che si può verificare: i dati sugli attacchi e sulle quote di import sono documentati, mentre l’obiettivo di oltre il 50 per cento di localizzazione entro il 2030 e l’impegno a schierare forze restano per ora dichiarazioni di intenti. Da militare, distinguerei con cura ciò che un patto prevede da ciò che una catena logistica e di comando è in grado di eseguire sotto salve di missili e droni. L’articolo non dice quanto tempo servirebbe per colmare questo divario, e senza quel dato ogni giudizio sull’autonomia del Golfo resta aperto.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 28 ottobre 2026

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