Made in Europe: il Regno Unito tra le richieste di Bruxelles e le ritorsioni di Pechino

Secondo un’analisi di Chatham House, l’Industrial Accelerator Act (IAA) dell’Unione europea spinge il Regno Unito verso un confronto economico con la Cina che Londra preferirebbe evitare. Qualunque strada scelga, il governo britannico dovrà pagare un prezzo: resta da vedere quanto riuscirà a contenerlo.
L’IAA introduce obblighi «Made in Europe» che subordinano l’accesso adator alcuni sussidi pubblici e programmi di appalto a una quota sufficiente di contenuto europeo. Lo scopo è anche proteggere l’industria del continente da prodotti cinesi a basso costo e di qualità elevata, come i veicoli ibridi ed elettrici (EV). Il governo di Londra, che cerca una maggiore integrazione economica con l’Unione, vorrebbe vedere queste disposizioni estese alle proprie imprese. Alcuni Stati membri di peso, però, legano l’estensione all’allineamento britannico sulle misure di sicurezza economica dell’Unione.
Il 15 ottobre un documento franco-tedesco ha indicato che il trattamento «Made in Europe» per l’automotive dovrebbe valere per il Regno Unito e per pochi altri partner solo a condizione di reciprocità e di un «allineamento dinamico» alle condizioni europee sugli investimenti di Paesi terzi e sulle misure di difesa commerciale. In termini pratici, Parigi e Berlino chiedono dazi sugli EV cinesi, per frenare l’erosione delle quote dei propri costruttori sul mercato britannico, e condizioni più severe sugli investimenti diretti esteri nei settori manifatturieri chiave. L’obiettivo è impedire che aziende cinesi accedano a futuri sussidi o appalti europei attraverso le attività localizzate nel Regno Unito.
Il prossimo vertice Ue-Regno Unito è fissato per il 20 novembre e mette in difficoltà il nuovo governo del primo ministro Andy Burnham. Gran parte della stampa si concentra sui dazi, ma secondo l’autore il capitolo investimenti pesa di più, data la volontà di Londra di attrarre stabilimenti automobilistici cinesi.
Finora Londra ha praticato un pragmatismo cauto verso Pechino. Ha imposto dazi permanentemente elevati su alcuni prodotti siderurgici e ha bloccato un investimento da 1,5 miliardi di sterline della cinese Ming Yang nell’eolico offshore. Ha però continuato a corteggiare capitali cinesi nell’auto e ad ampliare i legami commerciali nei settori ritenuti non sensibili. L’impegno assunto con gli Stati Uniti nell’Economic Prosperity Deal del 2025, sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento di acciaio e farmaceutici, ha avuto finora scarsa attuazione. La riluttanza ad allinearsi del tutto a Bruxelles o a Washington è comprensibile, osserva il testo, per dimensioni ed Peso economico del Paese e per la dipendenza dalle rinnovabili cinesi nella decarbonizzazione.
Il Regno Unito, tuttavia, non può permettersi l’esclusione da appalti e sussidi europei. La clausola di salvaguardia che Bruxelles propone sulle importazioni di ibridi, con quote massime, rischia inoltre di dirottare i veicoli cinesi verso il mercato britannico. La questione, dunque, è come allinearsi più che se farlo.
La prima via consiste nel replicare in blocco le misure europee: dazi sugli EV, salvaguardia sugli ibridi e, in prospettiva, interventi su prodotti chimici, plastiche, batterie e turbine eoliche, oltre a restrizioni sugli investimenti su limiti di proprietà, joint venture, localizzazione della manodopera e contenuto locale. Londra potrebbe non disporre degli strumenti giuridici necessari e ha sempre evitato di violare i propri obblighi internazionali. La Cina avrebbe inoltre motivo di rispondere, con dazi sulle esportazioni britanniche o con limiti su terre rare e componenti per batterie. Anche Turchia, Marocco e Svizzera subiscono pressioni analoghe, e Pechino potrebbe preferire fare del Regno Unito un esempio piuttosto che inasprire lo scontro con l’Unione.
La seconda via passa per gli strumenti tradizionali di difesa commerciale, più lenti. Un’indagine antisovvenzioni sugli EV cinesi richiederebbe circa un anno; una salvaguardia, motivata dall’aumento delle importazioni e dal rischio di deviazione dei flussi dall’Ue, sarebbe più rapida e di norma si applica a prescindere dall’origine. Nessuna delle due garantirebbe l’esito voluto da Bruxelles, ma permetterebbero di invocare un danno all’industria nazionale. Resta aperto il nodo degli investimenti cinesi nella manifattura britannica, più difficile da sciogliere senza compromettere gli obiettivi economici del governo.
Una terza opzione è annunciare nuovi strumenti, come il proposto strumento anti-coercizione, o riconfezionare iniziative esistenti, come le restrizioni legate alla cybersicurezza. Sarebbero segnali di buona volontà, non l’allineamento richiesto. L’esito giudicato più probabile è un compromesso: concedere all’Ue il necessario, rinviando l’attuazione. Il rinvio può guadagnare tempo a Bruxelles, ma Pechino leggerebbe l’impegno come un precedente e reagirebbe di conseguenza.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non dice se le regole sul contenuto europeo e le restrizioni agli investimenti toccheranno anche le catene di approvvigionamento della difesa, e per l’Italia è un silenzio che conta. Pechino indica come strumento di ritorsione le terre rare e i componenti per batterie, materiali che per un militare significano anche sensori, motori elettrici e autonomia dei mezzi. Roma si troverebbe dalla parte che applica le regole europee, ma potrebbe condividere l’esposizione alle stesse contromisure. Sarebbe utile verificare quanto di questa dipendenza sia già mappato nei programmi industriali nazionali.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 29 ottobre 2026






