Elezioni israeliane, nessun blocco ha la maggioranza e le guerre restano

Alle urne il 27 ottobre, in una Knesset da 120 seggi dove ne servono 61 per governare, né Benjamin Netanyahu né i suoi avversari hanno oggi una via netta alla maggioranza: è il punto di partenza dell’articolo firmato da Carol Daniel-Kasbari per Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute. Le due liste principali sono accreditate di circa 20 seggi ciascuna, ma l’incarico non spetta per forza al partito più votato. Il presidente lo affida al parlamentare con le migliori probabilità di ottenere la fiducia. Su Gaza e Iran, nota l’autrice, entrambi i poli sostengono la prosecuzione del conflitto.
Il campo di Netanyahu si regge su più componenti. Il Likud punta sul bilancio militare del premier, mentre i partner ultraortodossi Shas e United Torah Judaism difendono i fondi alle istituzioni religiose e le esenzioni dal servizio militare per gli studenti delle yeshiva. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, a destra del blocco, chiedono più insediamenti in Cisgiordania, colonie ebraiche a Gaza e un controllo israeliano più esteso sui territori palestinesi.
Sul versante opposto, la figura di maggior peso è l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, con il partito centrista Yashar, che insiste su indipendenza della magistratura e servizio nazionale esteso. Accanto a lui c’è Be-Yahad, lista congiunta degli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, uniti su riforma della sicurezza, costo della vita e arruolamento degli ultraortodossi. Più a sinistra i Democratici di Yair Golan, ex vice capo di stato maggiore, nati nel 2024 dalla fusione fra Labor e Meretz, propongono due Stati. Tutti promettono un’inchiesta statale indipendente sull’attacco del 7 ottobre 2023, finora rifiutata dal governo, ma nessuno ha indicato chi dovrebbe guidare un’eventuale coalizione.
Gli ultimi sondaggi assegnano 50 seggi al campo di Netanyahu e tra 52 e 56 a quello di Eisenkot, lasciandone circa 20 a formazioni senza legami chiari. I partiti arabi dovrebbero ottenere 14-16 seggi e potrebbero togliere la maggioranza al premier. Il blocco di Eisenkot, però, ha escluso di lavorare con loro. Ra’am di Mansour Abbas è disponibile al negoziato; la Lista Congiunta ipotizza un appoggio esterno, a fronte di richieste su criminalità, demolizioni di case e percorso verso uno Stato palestinese.
Tra i temi interni pesa la giustizia. Una legge sulla nomina dei giudici, erede della riforma tentata nel 2023, entrerà in vigore dopo il voto, e Eisenkot promette di abrogarla insieme alle norme che indeboliscono il procuratore generale. Sul costo della vita Avigdor Lieberman propone aiuti per casa e figli alle famiglie con riservisti, mentre Be-Yahad e Yashar puntano su più concorrenza. Qualunque governo, avverte l’articolo, dovrà fare i conti con spese militari enormi e con la disputa sui sussidi agli ultraortodossi.
Opporsi a Netanyahu non equivale a voler chiudere l’occupazione. Netanyahu e Bennett respingono lo Stato palestinese; Eisenkot ipotizza autonomia o uno «Stato meno» sotto dominio israeliano della sicurezza; i Democratici accettano uno Stato smilitarizzato con controllo israeliano nelle aree sensibili. Secondo un rilevamento Gallup di questo mese, quasi due terzi degli israeliani rifiutano la soluzione dei due Stati. Eisenkot vuole inoltre riprendere il controllo civile in Cisgiordania, perseguire i coloni violenti e rafforzare l’Autorità Palestinese, smantellando gli avamposti illegali nelle aree a amministrazione civile palestinese. Sul progetto E1, a est di Gerusalemme, Democratici e Yashar si dividono.
Il quadro negoziale statunitense, che lega disarmo di Hamas, ritiro israeliano e ricostruzione, è fermo. Netanyahu vieta la ricostruzione di Gaza prima del disarmo completo, Bennett esclude ritiri anticipati, Eisenkot promette di porre fine al potere di Hamas entro 18 mesi, con l’intesa o con la forza. In Libano il premier minaccia di distruggere Hezbollah se non lo farà l’esercito libanese; Eisenkot vuole mantenere le truppe fino a un accordo di sicurezza; i Democratici preferiscono un’applicazione internazionale; Bennett risponderebbe agli attacchi colpendo direttamente l’Iran.
Sull’Iran, Netanyahu presenta la caduta del governo di Teheran come obiettivo strategico e rivendica l’autonomia d’azione da Washington. Eisenkot propone un piano congiunto con gli Stati Uniti, che unisca l’opzione militare a ispezioni invasive, mentre i Democratici privilegiano la cooperazione con Washington e i partner regionali. Resta aperta la questione degli aiuti militari americani, che Lapid vuole mantenere e Netanyahu promette di eliminare gradualmente in dieci anni. Per l’autrice, chiunque vinca, Israele difficilmente si ritirerà presto dalle sue guerre.
Il commento di GrNet.it
Un ufficiale di collegamento davanti alle mappe di un piano congiunto con Washington, senza sapere quale governo lo erediterà a Gerusalemme: è la condizione in cui si troverebbero i pianificatori alleati se il voto non desse una maggioranza. Il testo mette in fila le posizioni su Libano e Iran, ma non dice quanto reggano alla prova di una coalizione che dovrebbe includere forze con priorità opposte. Per un Paese mediterraneo come l’Italia, interessata alla stabilità del Libano, la distinzione fra presidio israeliano e applicazione internazionale degli accordi non è un dettaglio. Resta da verificare quanto di queste promesse sopravviverà ai negoziati di governo.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 24 ottobre 2026





