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Artico, le nuove strategie di Londra e Bruxelles: sensate sulla difesa, deboli sul clima

Raddoppiare a 2.000 i militari britannici in addestramento in Norvegia entro il 2029 è l’impegno più tangibile dell’Arctic Policy Framework aggiornato dal Regno Unito, pubblicato il 15 ottobre. In un commento di Chatham House, che esamina anche la strategia dell’Unione europea «Europe’s Northern Neighbourhood» del 20 ottobre, si giudicano in larga parte sensate le risposte alle capacità militari russe e alla crescente attività cinese. Il rischio, però, è che la mancanza di allineamento sulla politica climatica finisca per indebolire la sicurezza che i due documenti vogliono rafforzare.

Il contesto immediato è l’accordo di sicurezza di settembre tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca, che ha per ora abbassato la tensione nell’Alto Nord dopo mesi di attriti sulle ambizioni americane verso l’isola. La regione resta tuttavia esposta a più fattori convergenti: cambiamento climatico, degrado degli ecosistemi, attività militari e competizione per le risorse. Le rotte marittime artiche, a lungo ritenute impraticabili, suscitano interesse dopo le interruzioni nello stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, anche se non sono ancora libere dai ghiacci in modo affidabile.

I due testi divergono nell’impostazione. Quello britannico dichiara di fatto chiusa la politica «High North, Low Tension» seguita per 30 anni dai Paesi artici e adotta un approccio che mette la NATO al primo posto, fondato su deterrenza e prontezza al combattimento. La strategia dell’UE punta invece su sorveglianza marittima, mobilità militare e protezione delle infrastrutture sottomarine, con capacità a duplice uso e finalità multiple, inserendo l’Artico nell’agenda dell’autonomia strategica europea.

La minaccia, osserva l’autore, è concreta. Nell’ultimo decennio la Russia ha creato un nuovo comando artico e nuove basi, ha condotto operazioni militari e di intelligence sotto la copertura di enti di ricerca artici e marittimi e, dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina del 2022, ha visto collassare le linee di comunicazione con le forze NATO nell’area. La Cina si definisce Stato quasi artico e ha condiviso con Mosca piani per una nuova classe di portacontainer destinata alla Rotta del Mare del Nord. I timori di un nuovo punto di strozzatura commerciale sono giudicati probabilmente esagerati, dati i volumi ancora bassi, ma Mosca e Pechino rafforzano la cooperazione militare con pattugliamenti aerei e navali congiunti.

L’Alleanza ha intensificato le proprie attività: con l’ingresso di Svezia e Finlandia sono aumentati i membri con territorio artico. Londra ha ampliato la cooperazione con i partner nordici attraverso la Joint Expeditionary Force, costituita nel 2014, l’addestramento con le forze norvegesi e un programma congiunto di fregate con Oslo annunciato nel 2025. Da gennaio il dispiegamento dei Royal Marines in Norvegia è diventato permanente per tutto l’anno. A questo si sommano la sorveglianza aerea sull’Islanda, i pattugliamenti marittimi, i sottomarini impiegati sotto i ghiacci e le iniziative NATO Arctic Sentry e Baltic Sentry.

Sul versante della governance il commento è meno ottimista. Il Consiglio Artico, che riunisce gli Stati e le comunità indigene dei territori artici, ha funzionato discretamente dopo il 1991, ma l’esclusione della Russia nel 2022 ne ha fatto un altro foro internazionale minato dalla guerra.

Il clima è il capitolo su cui l’autore chiede di più. Entrambe le strategie lo riconoscono come sfida centrale e lo collegano all’obiettivo emissioni nette zero, ma dovrebbero chiarire le conseguenze del superamento dei punti di non ritorno: il collasso della calotta glaciale della Groenlandia e l’ulteriore indebolimento della circolazione meridionale di rovesciamento atlantica (AMOC) metterebbero sotto pressione sicurezza alimentare, infrastrutture, finanze pubbliche e resilienza dell’Europa. Per questo la protezione dell’Artico dal riscaldamento andrebbe trattata come interesse di sicurezza europeo, collegando ricerca climatica, preparazione interna e leadership internazionale.

Restano poi tensioni irrisolte. L’esplorazione di risorse promossa da entrambi i documenti potrebbe richiedere nuove infrastrutture di estrazione ed esportazione, con più emissioni e maggiore pressione sugli ecosistemi. Le infrastrutture a duplice uso previste dall’UE possono sostenere servizi civili, ricerca e protezione civile, ma le funzioni militari rischiano di alimentare la securitizzazione della regione. Londra afferma inoltre che non sosterrà contratti di sfruttamento minerario dei fondali in conflitto con il Mining Code dell’International Seabed Authority.

Il buon esito dipenderà dai partenariati. Regno Unito e UE dovranno cooperare con Stati e comunità artiche, restando attenti alle preoccupazioni locali sulle motivazioni degli attori non artici, e sostenere la partecipazione indigena attraverso istituzioni come l’Inuit Circumpolar Council e il Saami Council. Gli Stati Uniti, conclude il testo, resteranno centrali per la sicurezza artica; l’Europa, unita e in coordinamento con il Canada, ha già dimostrato di poterne influenzare la politica.

Il commento di GrNet.it

Durante la Guerra fredda il fianco nord della NATO si reggeva anche sulla Forza mobile del Comando alleato in Europa, con un contributo alpino italiano addestrato in ambiente artico, e l’impegno britannico dei 2.000 uomini in Norvegia ne ricorda la logica: presenza stabile, non sola rotazione. Il commento di Chatham House non cita l’Italia e non dice che ruolo spetterebbe ai Paesi mediterranei in un’impostazione NATO-first, domanda che meriterebbe una risposta su addestramento invernale e competenze di montagna. Il nesso tra scioglimento della calotta groenlandese e sicurezza europea è dichiarato ma non quantificato, e per un Paese esposto al Mediterraneo resta da capire quanto pesi nelle priorità di spesa rispetto alle minacce militari dirette.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 ottobre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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