Osservatorio StrategicoUcraina

Putin non è isolato: all’Europa serve una strategia di lungo periodo

Secondo un’analisi di Chatham House, i vertici della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e dei BRICS indicano che la Russia conserva per Cina, India e altre potenze non occidentali un valore sufficiente a proseguire i propri obiettivi di guerra. L’Europa tende a leggere l’escalation di Mosca come segno di disperazione. Per l’autore è un errore di valutazione: la combinazione di impassibilità diplomatica e aggressività calibrata potrebbe essere più solida di quanto appaia.

Il 5 settembre gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Vladimir Putin a Mosca per più di tre ore. Il Cremlino ha definito i colloqui «molto utili», ma non ha attenuato le proprie richieste: concessioni territoriali ucraine e limiti all’orientamento di sicurezza futuro di Kiev. Pochi giorni dopo è stata respinta la proposta del presidente Volodymyr Zelenskyy di incontrare Putin al G20 di Miami, a dicembre.

Nel frattempo gli attacchi si sono intensificati. Il 13 settembre un drone russo ha colpito un’infrastruttura ferroviaria nei pressi di Yahodyn, poco dopo il transito di un treno con a bordo Boris Johnson, l’ex direttore della Central Intelligence Agency (CIA) David Petraeus e altre persone. Resta ignoto se fossero un bersaglio. L’episodio rientra nella più ampia salva di droni degli ultimi mesi, preceduta da attacchi più frequenti contro trasporti, energia e infrastrutture civili ucraine.

Il testo ammette che la posizione russa sia incerta: le perdite sono definite straordinarie, le avanzate lente e costose, e le forze ucraine hanno riguadagnato terreno in più settori. Tuttavia ritiene che attribuire l’escalation alla disperazione somigli più a un auspicio che a una lettura dei fatti. Putin si comporta, nella sua valutazione, come chi crede di avere il tempo dalla sua parte.

Il caso dei partner asiatici è illustrativo. A luglio, a Omsk, il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha chiesto accanto a Putin di congelare il conflitto, e il Cremlino ha respinto l’idea. Il 31 agosto, a Bishkek, il premier indiano Narendra Modi ha invitato pubblicamente Putin a passare «dalla guerra senza fine alla fine della guerra». Lo ha però chiamato «amico» e, meno di due settimane dopo, al vertice BRICS, ha discusso con lui un obiettivo bilaterale di scambi da 100 miliardi di dollari. La dichiarazione di Nuova Delhi ha criticato sanzioni e restrizioni commerciali unilaterali senza confrontarsi direttamente con Mosca sull’Ucraina.

Gli autori distinguono tra il desiderio sincero di vedere la guerra finire e la disponibilità a subordinare a essa i rapporti con la Russia. Questi legami garantiscono a Mosca integrazione economica in Asia, legittimazione diplomatica e un ruolo riconosciuto in organismi influenti.

Sulla Cina, la definizione europea di Russia come «vassallo» coglie un’asimmetria reale: l’economia cinese è circa otto volte più grande e la Russia svolge con Pechino almeno il 34 per cento del proprio commercio estero, mentre per la Cina il peso russo è intorno al 4 per cento. Ma la relazione non si misura solo con gli scambi. Pechino ha interesse a mantenere Mosca abbastanza forte da restare una potenza autonoma, con arsenale nucleare, seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, risorse energetiche e una posizione tra Asia centrale e Artico. Per la Cina, Mosca è il perturbatore più utile contro ciò che resta dell’ordine plasmato dagli Stati Uniti.

Il coinvolgimento cinese nell’economia di guerra russa ne è un indizio. Documenti riportati da Politico indicano che un’impresa statale cinese avrebbe spedito fibra di carbonio per i droni Geran ad Alabuga-Volokno, controllata sanzionata di Rosatom. Il Robert Lansing Institute ha documentato motori e componenti cinesi nei droni russi, e Reuters ha riferito di specialisti cinesi al lavoro con produttori russi. Ciò non prova che ogni transazione sia stata ordinata da Pechino né un sostegno «senza limiti».

Sul piano delle scelte, Chatham House propone di non esigere dai partner di Mosca una scelta di campo. Il rapporto dell’Unione europea con l’India, con più commercio e toni più bassi sui legami con Mosca, è indicato come modello. L’Europa può offrire investimenti, tecnologia, accesso al mercato unico, intese sulle materie prime critiche e rotte come il corridoio transcaspico. Sulle sanzioni, il successo dipenderà da quanto Bruxelles vorrà estenderle a fornitori cinesi più grandi o statali, se emergerà un coinvolgimento diretto.

Putin, conclude il testo, scommette di poter resistere più a lungo dei sostenitori di Kiev e ritiene gli Stati Uniti indeboliti dalla guerra con l’Iran. All’Europa non resta che accettare quella scommessa solo sul piano del tempo: capire le dinamiche di lungo periodo e rispondere con la stessa pazienza.

Il commento di GrNet.it

Una strategia europea di lungo periodo resta un’intenzione finché non ha uno strumento per accertare chi fornisce cosa alla macchina bellica russa. L’articolo lega l’estensione delle sanzioni a un coinvolgimento diretto di fornitori cinesi più grandi o statali, ma poggia su documenti riportati da Politico che, per ammissione dell’autore, non provano un ordine di Pechino. Da qui discende una questione pratica: servono capacità di raccolta e attribuzione condivise, che producano prove abbastanza solide da reggere una decisione politica. Su come Bruxelles e le capitali, Roma compresa, possano costruirle, il testo non offre indicazioni.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 15 settembre 2026

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