Gaza, Hamas accetta di disarmare: ora la palla passa a Israele

«Il maggiore ostacolo resta l’opposizione israeliana a qualsiasi processo politico transitorio che finirebbe per costringere Israele a lasciare la Striscia e ad avviare negoziati sull’autodeterminazione palestinese»: così l’European Council on Foreign Relations, ECFR, sintetizza il nodo che oggi minaccia il cessate il fuoco a Gaza, in un’analisi firmata da Hugh Lovatt.
A fine luglio Hamas ha accettato la roadmap del Board of Peace, BoP, per attuare la Fase 2 dell’accordo di cessate il fuoco in tre stadi. Al centro dell’intesa c’è la disponibilità di Hamas a decommissionare le proprie armi, un passo che secondo l’ECFR sarebbe stato impensabile solo pochi anni fa e che apre una via realistica per porre fine al controllo di governo e sicurezza del movimento islamista sulla Striscia devastata dalla guerra.
Il processo, tuttavia, potrà avviarsi solo dopo che Israele avrà rispettato integralmente gli obblighi della Fase 1, cosa che non è ancora avvenuta. Il rapporto ricorda le violazioni israeliane: attacchi contro civili e militanti a Gaza, ostacoli all’ingresso degli aiuti umanitari e avanzamenti oltre la Yellow Line, la linea alla quale l’esercito avrebbe dovuto ritirarsi. Israele continua inoltre a demolire abitazioni e infrastrutture palestinesi nel 70% del territorio ancora sotto suo controllo, e secondo l’ECFR potrebbe puntare a creare un nuovo confine di fatto, prefigurando persino il ritorno di insediamenti israeliani.
La roadmap prevede che i gruppi armati palestinesi, incluse le milizie sostenute da Israele, consegnino le armi pesanti alla Palestinian National Committee for the Administration of Gaza, NCAG, organismo transitorio istituito dal piano in venti punti di Donald Trump. Le armi pesanti verrebbero poste sotto sorveglianza dell’International Stabilisation Force, ISF, secondo un modello che richiama il disarmo dei gruppi paramilitari nordirlandesi, con l’eventuale distruzione degli arsenali. Le armi leggere resterebbero invece regolate da un sistema di permessi gestito dalla NCAG, che istituirà anche una nuova forza di polizia.
Restano però questioni aperte: la mancanza di fondi per la NCAG, lo stato incerto dell’ISF, che finora conta solo circa 200 soldati promessi dal Marocco più contingenti minori da Kosovo e Uganda, e l’addestramento della nuova polizia palestinese, non ancora iniziato in Egitto.
Secondo l’ECFR, alcuni funzionari del BoP starebbero ora modificando i termini negoziati, subordinando il ritiro israeliano oltre la Yellow Line al completamento del disarmo, in contraddizione con l’impostazione originaria secondo cui i due processi dovevano procedere in parallelo. Questo, avverte il think tank, rischia di concedere a Israele un veto di fatto sull’intero processo, dato che l’eliminazione totale delle armi, molte delle quali in mano a famiglie, clan e reti criminali, è quasi impossibile da verificare. Nonostante ciò, il premier Benjamin Netanyahu ha respinto anche queste concessioni, chiedendo la rinegoziazione dell’accordo.
L’ECFR sostiene che l’Europa, finora ai margini del processo, debba ora far leva sulla propria esperienza in disarmo e riforma del settore sicurezza, tramite la missione EUPOL COPPS, e sostenere il rappresentante del BoP Nikolay Mladenov nel richiedere l’implementazione dell’accordo così negoziato, denunciando le inadempienze israeliane e riprendendo la discussione sulla sospensione dell’Accordo di associazione UE-Israele.
Il commento di GrNet.it
Duecento soldati marocchini, più piccoli contingenti da Kosovo e Uganda: questa è oggi la consistenza reale dell’International Stabilisation Force chiamata a fare da cuscinetto tra le forze israeliane e le aree controllate dalla nuova amministrazione palestinese. È una forza di interposizione ancora sulla carta, senza la massa critica né la catena di comando necessaria a gestire un disarmo complesso come quello previsto dalla roadmap, che riguarda non solo Hamas ma un intero arcipelago di gruppi armati, clan e milizie. L’esperienza di missioni di stabilizzazione analoghe insegna che la fase più delicata non è la firma dell’accordo ma il momento in cui il dispositivo sul terreno deve tradurre in pratica verificabile impegni politici ancora fragili. Per l’Europa, che l’ECFR invita a offrire personale ed esperienza tecnica tramite EUPOL COPPS, si tratterebbe di un contributo circoscritto ma non simbolico, che richiederebbe però una chiarezza politica sulle regole d’ingaggio che al momento non appare scontata.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 6 agosto 2026




