NATO 3.0: Washington propone di dimezzare la presenza militare in Europa

«NATO is the North Atlantic Treaty Organization, not a North Pacific one»: la battuta compare in un’analisi firmata da Mark Episkopos per Responsible Statecraft, pubblicazione del Quincy Institute, alla vigilia del trentaquattresimo summit dell’Alleanza Atlantica ad Ankara, in programma da martedì. Il richiamo serve a fissare un punto centrale dell’argomentazione: qualunque tentativo di costruire una posizione comune NATO sulla Cina è destinato a fallire, perché Stati Uniti ed Europa muovono da interessi divergenti verso Pechino, e distrarrebbe l’ala europea dell’Alleanza dal compito che dovrebbe assorbirne tutte le energie, ossia assumersi la responsabilità primaria della propria difesa.
Secondo l’autore, la crisi di scopo che attraversa la NATO non nasce con l’ascesa politica di Donald Trump nel 2016, come sostengono invece atlantisti europei e americani, ma affonda le radici in una divergenza strutturale tra priorità statunitensi ed europee, cresciuta progressivamente dalla fine della Guerra Fredda. L’Alleanza, concepita per contenere l’Unione Sovietica, non sarebbe stata pensata per un mondo post-1991 in cui l’Europa può gestire da sola il rapporto con la Russia con un mix di deterrenza e coinvolgimento diplomatico, mentre Washington sposta l’attenzione verso l’Indo-Pacifico, l’emisfero occidentale e le priorità interne.
Il testo individua nell’iniziativa NATO 3.0, guidata dal Sottosegretario alla Guerra per le Politiche Elbridge Colby, il primo vero tentativo americano di istituzionalizzare non una semplice condivisione degli oneri ma un loro trasferimento verso gli alleati europei. Le riduzioni della postura di forza già in corso da parte del Pentagono vengono definite un passo importante verso l’europeizzazione della difesa europea, da proseguire con tagli più incisivi nei prossimi anni fino a un contingente statunitense di circa 20.000 militari, impiegati prevalentemente in ruoli di logistica, manutenzione e supporto.
Episkopos sostiene che il ritiro debba essere presentato agli alleati europei come fatto compiuto, poiché qualunque tentativo di negoziare un consenso condiviso all’interno della NATO incontrerebbe ostacoli burocratici e politici da parte dei leader europei interessati a mantenere gli Stati Uniti come garanti della sicurezza regionale.
Un secondo pilastro dell’analisi riguarda la necessità di ancorare il disimpegno americano a un percorso diplomatico con Mosca. L’esperienza della guerra in Ucraina dimostrerebbe che Washington non può ritirarsi in modo sostenibile finché i partner NATO restano bloccati in una spirale di escalation con la Russia: gli Stati Uniti resterebbero sempre a un conflitto regionale di distanza dal essere risucchiati nuovamente nelle questioni di sicurezza europee. Per questo il rapporto propone di collegare la riduzione delle truppe a un dialogo di sicurezza con Mosca volto a ottenere concessioni russe, tra cui limiti al dispiegamento di forze sul fianco orientale, un impegno vincolante a non compiere atti di aggressione contro paesi NATO e un negoziato sul controllo degli armamenti.
L’autore conclude che l’Alleanza dovrebbe tornare al proprio mandato originario di difesa territoriale entro confini stabiliti in modo permanente, abbandonando funzioni legate alla promozione della democrazia, e che l’amministrazione Trump avrebbe aperto, per la prima volta dal 1991, una finestra per una ricalibratura gestita del rapporto transatlantico.
Il commento di GrNet.it
Il precedente più immediato è la dottrina Nixon del 1969, quando Washington chiese agli alleati asiatici di assumersi la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale mantenendo solo l’ombrello nucleare americano: uno schema che l’amministrazione Trump sembra voler replicare in Europa attraverso NATO 3.0. La differenza sostanziale è che l’Europa, a differenza degli alleati di Nixon, non dispone oggi di capacità di comando, intelligence strategica e trasporto strategico paragonabili a quelle statunitensi, e un contingente ridotto a 20.000 unità di supporto lascerebbe scoperte funzioni che nessun esercito europeo, Italia compresa, è in grado di colmare nel breve periodo. Il piano di Episkopos lega inoltre il ritiro a un negoziato con Mosca su limitazioni di forze e controllo degli armamenti, ipotesi che presuppone una disponibilità russa tutta da verificare e che l’analisi non sottopone a verifica empirica. Per Roma, che partecipa alla NATO senza una postura di difesa autonoma paragonabile a quella franco-britannica, uno scenario di questo tipo imporrebbe scelte su capacità di comando e sostegno logistico oggi ancora appaltate quasi interamente agli Stati Uniti.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 6 luglio 2026




