Iraq, il ritiro americano e i conti aperti del Pentagono

Secondo un testo di Mark Thompson pubblicato da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, e uscito in origine nella newsletter The Bunker del Project on Government Oversight (POGO), il ritiro dall’Iraq degli ultimi reparti americani da combattimento, avvenuto il 30 settembre, chiude 23 anni di operazioni discontinue. L’autore giudica il bilancio sproporzionato rispetto ai risultati. Lo accosta a tre vicende attuali del Pentagono: la riduzione dei vertici militari, le scelte sugli aerei da combattimento e la reticenza sui costi della guerra contro l’Iran.
Il testo ripercorre gli esiti dell’invasione del 2003. Le armi di distruzione di massa, argomento usato dall’amministrazione di George W. Bush per giustificarla, non furono trovate. Saddam Hussein fu catturato e impiccato dagli iracheni nel 2006, e il regime ba’athista ha lasciato il posto a un governo che oggi risente dell’influenza iraniana. Due settimane prima dell’attacco il generale dell’Aeronautica Richard Myers, capo degli Stati maggiori congiunti, spiegò a The Bunker che la campagna «shock and awe» doveva essere breve e scuotere il regime al punto da fargli ritenere inevitabile la propria fine. Thompson contrappone a quell’assunto un ammonimento del colonnello Clarence Lollar, formulato 39 anni prima, contro i piani costruiti su presupposti.
Il conto, ricorda l’autore, comprende 4.418 militari americani morti e una spesa stimata in 2,9 trilioni di dollari fino al 2050, inclusa l’assistenza ai veterani non ancora fatturata. Si aggiungono oltre 30.000 feriti fisici e circa il 15 per cento del milione e mezzo di militari impiegati, rientrato con danni psichici. I morti tra i contractor sono 3.600, quelli tra i civili iracheni circa 200.000. Thompson sostiene che il sacrificio vada ricordato, interrogandosi al tempo stesso sul suo valore, per evitare che l’errore si ripeta.
Nello stesso giorno del ritiro il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha confermato l’intenzione di ridurre del 20 per cento il corpo di quasi 1.000 generali e ammiragli, ed è a metà strada. Lo definisce un atto di responsabilità dovuto da tempo. POGO chiede da anni un taglio dei gradi alti, e la quota di generali e ammiragli sul totale delle forze è cresciuta del 40 per cento dal Vietnam. Thompson ritiene però che il taglio debba essere selettivo e giudica probabile una motivazione politica più che di competenza. Virginia Burger, ex dei Marines e oggi al Center for Defense Information di POGO, osserva che l’annuncio permette di non promuovere decine di ufficiali senza cancellarne i nomi dalle liste e di rimuovere chi potrebbe opporsi.
Sul fronte degli equipaggiamenti, la Marina ha assegnato a Boeing un contratto da 20 miliardi di dollari per il caccia di sesta generazione F/A-XX da imbarcare sulle portaerei. Per l’autore è una scommessa su una tecnologia superata: velivoli con pilota su grandi unità che sarebbero bersagli prioritari per qualunque avversario. Intanto sette aziende cercano di costruire un successore più economico dell’MQ-9 Reaper, che il capo di stato maggiore dell’Aeronautica ha definito il «giocatore più prezioso» della guerra con l’Iran. Il servizio ne ha perso circa il 25 per cento, e uno dei concorrenti propone sostituti a circa un terzo dei 30 milioni di dollari dell’originale. Nessun militare americano è morto in quelle perdite, perché i velivoli non hanno pilota.
Thompson invita a non forzare il contrasto: la Marina acquista anche droni e l’Aeronautica compra da Boeing la propria flotta di caccia di sesta generazione, l’F-47. Il rischio, citando Bill Sweetman, è mettere tutte le uova dello sviluppo dei caccia in un solo cesto, e altri parlano di monopolio. Lockheed è già l’unico produttore dell’F-35 per Aeronautica, Marina e Marines.
L’ultimo tema riguarda i costi. Il Congressional Budget Office (CBO) stima che la guerra con l’Iran sia costata al Dipartimento della Difesa circa 38 miliardi di dollari al 1° agosto. Nel rapporto del 15 settembre precisa di aver lavorato su banche dati e documenti pubblici, perché il Pentagono non ha risposto alle richieste, e che le stime sono quindi soggette a notevole incertezza.
Il commento di GrNet.it
Che valore ha una stima di spesa quando il dicastero che spende non risponde all’organo che dovrebbe verificarla? I 38 miliardi di dollari al 1° agosto restano una ricostruzione del CBO su fonti pubbliche, con il margine di incertezza dichiarato dallo stesso ufficio, e non vanno letti come un consuntivo. Il 25 per cento di Reaper perduti e la concentrazione su Boeing e Lockheed ricordano, per chi acquista piattaforme americane, che una guerra di logoramento mette alla prova scorte e capacità industriale prima ancora dei concetti d’impiego. Resta da vedere quanto di questo si trasferisca alla pianificazione europea, che il testo non affronta.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 9 ottobre 2026




