Il Mondiale di Teheran come prova generale della guerra ripresa contro l’Iran

Oltre trecento obiettivi colpiti nelle prime tre notti, più di trenta civili uccisi e oltre 260 feriti secondo il ministero della Salute iraniano: sono i numeri con cui gli Stati Uniti hanno ripreso i massicci raid aerei contro l’Iran, come riporta Responsible Statecraft citando il Comando Centrale statunitense. La campagna di bombardamenti è ripartita mentre erano in corso colloqui di pace tra Washington e Teheran e durante le processioni funebri transfrontaliere per la scomparsa dell’ayatollah Ali Khamenei.
Al vertice NATO di Ankara dell’8 luglio, il presidente Trump ha dichiarato concluso il cessate il fuoco con l’Iran, definendo i funzionari iraniani «feccia», «malati» e «persone violente e viziose». Secondo l’autrice, Faezeh Firuzeh, questa retorica aggressiva e la ripresa dei bombardamenti erano già state anticipate settimane prima dal trattamento riservato alla nazionale di calcio iraniana durante il Mondiale, di cui è stata testimone diretta al seguito della delegazione, tra Los Angeles, Seattle e il campo base di Tijuana.
Prima ancora dell’inizio del torneo, funzionari statunitensi avevano accusato la squadra di tentare di infiltrare operativi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, negando l’ingresso negli Stati Uniti ad almeno undici membri della delegazione. La federazione calcistica iraniana ha bollato le accuse come «false, fabbricate e prive di ogni credibilità», ma secondo l’autrice esse hanno comunque permesso a Washington di presentare ogni misura discriminatoria come necessità di sicurezza.
La squadra non ha potuto stabilire il proprio campo base sul suolo statunitense, pur giocando tutte le partite negli USA, ed è stata autorizzata a restare nel Paese solo nelle strette finestre temporali delle partite, con obbligo di lasciare il territorio subito dopo. Il capitano Mehdi Taremi e il vice allenatore Saeed Alhoei sono stati trattenuti e interrogati per quasi trenta minuti agli aeroporti prima e dopo ogni incontro, mentre il volo Tijuana-Los Angeles, appena 127 miglia, è arrivato a durare quasi cinque ore per i controlli.
A Seattle, tre giorni prima della partita, la FIFA ha comunicato via email alla squadra che non avrebbe potuto pernottare come inizialmente promesso. Firuzeh racconta di aver visto personalmente il pullman blu della delegazione muoversi in autostrada all’1:30 di notte: dopo conferenza stampa, controlli antidoping e rilevamento delle impronte digitali, la squadra è rientrata a Tijuana alle 4:40 del mattino, consumando il pasto post-partita all’alba.
Il centrocampista Alireza Jahanbakhsh ha sintetizzato la richiesta della squadra: la stessa procedura riservata alle altre 47 nazionali. Andrew Giuliani, a capo della task force della Casa Bianca per il Mondiale, ha risposto che i giocatori avrebbero dovuto ringraziare per «la nostra ospitalità». Dopo l’eliminazione dell’Iran, il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha dichiarato di essere «così felice», di aver fatto revocare i visti della delegazione e di aver «ballato una danza della gioia».
Il giorno dell’ultima partita iraniana, gli Stati Uniti bombardavano l’Iran. All’arrivo del torneo, i giocatori indossavano spille con il numero 168, in memoria degli iraniani, in gran parte bambini, uccisi il 28 febbraio in una scuola femminile a Minab, primo giorno della guerra USA-Israele contro l’Iran.
Il commento di GrNet.it
La costruzione del nemico attraverso episodi apparentemente marginali, come il trattamento riservato a una delegazione sportiva, richiama una tecnica di guerra psicologica ben nota nella dottrina della preparazione dell’opinione pubblica al conflitto, dove ogni gesto quotidiano viene trasformato in prova di ostilità preventiva. Per un osservatore con formazione militare, colpisce come la narrazione della minaccia infiltrata, priva di riscontri verificabili secondo la stessa federazione iraniana, abbia preceduto e legittimato l’escalation bellica effettiva, in un meccanismo che la dottrina classica definirebbe preparazione del campo informativo. Vale la pena distinguere ciò che è stato verificato, i raid documentati da CENTCOM e i dati sui feriti forniti da Teheran, da ciò che resta accusa non comprovata, come il presunto tentativo di infiltrazione dei Guardiani della Rivoluzione. Per l’Italia, che nel Mediterraneo allargato osserva da vicino le conseguenze di una possibile ripresa del conflitto, il caso ricorda quanto la gestione della comunicazione strategica in tempo di crisi possa condizionare gli spazi residui per la diplomazia.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 16 luglio 2026




