Stretto di Hormuz: la bonifica dai campi minati è un problema tecnico e politico insieme

Una nave che forza un corridoio stretto, i sonar che rimbalzano su scafi progettati per deviarne il segnale, e sullo sfondo un accordo diplomatico appena firmato che già mostra le prime crepe operative: è in questo contesto che Chatham House ha pubblicato, il 26 giugno 2026, un’analisi sulle prospettive di bonifica dello Stretto di Hormuz dopo il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran.
Secondo le stime citate nel testo, nello Stretto sono presenti circa 80 mine, prevalentemente di tipo Maham 3 e Maham 7: ordigni ad alto esplosivo progettati per deviare le onde sonar dei dragamine, il che li rende particolarmente difficili da individuare e neutralizzare. Prima del conflitto, l’Iran disponeva di uno stock stimato tra 5.000 e 6.000 mine navali, in larga parte di produzione nazionale. Alcuni analisti ritengono che Teheran abbia conservato tra l’80 e il 90 per cento delle proprie imbarcazioni da minamento, ma questi dati non hanno ricevuto conferma ufficiale.
Il canale centrale dello Stretto — quello che in condizioni normali smistava circa 125 navi al giorno — è attualmente impraticabile. Esistono oggi due rotte alternative: una settentrionale, prossima alla costa iraniana e istituita da Teheran, che espone le navi al rischio di sequestro e a possibili pedaggi futuri; una meridionale, lungo la costa omanita, designata dagli Stati Uniti come corridoio di transito sicuro. Entrambe corrono in acque basse, aumentando il rischio di incaglio, e consentono il passaggio di una media di soli 25 navi al giorno. Circa 500-600 imbarcazioni restano bloccate nel Golfo Persico.
Le difficoltà operative non si esauriscono nella presenza delle mine. Molte navi navigano con i transponder AIS spenti per evitare di essere individuate da forze iraniane, rendendo impossibile la coordinazione del traffico e aumentando il rischio di collisioni. Il disturbo GPS, impiegato diffusamente nella regione durante le operazioni di difesa missilistica, compromette ulteriormente la navigazione. A complicare il quadro si aggiunge la recente istituzione da parte di Teheran della Persian Gulf Strait Authority, che ha dichiarato che le navi che non utilizzano le rotte «autorizzate» non potranno contare su garanzie di passaggio sicuro.
Il punto 5 del memorandum d’intesa attribuisce all’Iran la responsabilità di completare la bonifica entro 30 giorni dalla firma. Il think tank londinese osserva tuttavia che le forze navali iraniane sono strutturate principalmente per la posa di mine, non per la loro rimozione, e che la credibilità di un’operazione condotta da Teheran in autonomia resterebbe limitata. Al tempo stesso, la partecipazione iraniana potrebbe rivelarsi preziosa: solo Teheran conosce con precisione la posizione degli ordigni, le tipologie impiegate e le impostazioni di armamento.
Sul versante occidentale, gli Stati Uniti dispongono di droni, robot teleguidati e elicotteri per la rilevazione, ma attualmente hanno una sola nave dedicata alla bonifica mine nell’area del Medio Oriente. Il rapporto segnala che Washington dovrà necessariamente appoggiarsi agli alleati. La coalizione multinazionale proposta da Regno Unito e Francia include diverse marine europee con capacità specializzate in contromisure mine: il Regno Unito ha offerto sistemi unmanned di nuova generazione abbinati alla HMS Dragon; Germania, Paesi Bassi, Italia e l’operazione EUNAVFOR Aspides figurano tra i potenziali contributori.
Il nodo finale, secondo gli autori, non è tecnico ma politico: le operazioni di bonifica richiedono che tutte le parti si impegnino a non attaccare le navi impegnate nelle operazioni e a garantire la sicurezza del traffico civile. Il cessate il fuoco attuale e il memorandum offrono garanzie limitate, e le operazioni su larga scala non sono ancora iniziate.
Il commento di GrNet.it
Può l’Italia considerarsi un osservatore esterno di questa vicenda, o ha un interesse diretto nella composizione della coalizione di bonifica? La risposta è nella citazione stessa dell’analisi: Roma figura esplicitamente tra i potenziali contributori, insieme a EUNAVFOR Aspides, operazione in cui la Marina Militare ha già un ruolo di rilievo. La distinzione tra capacità dichiarate e capacità effettivamente disponibili è però un nodo che il testo lascia aperto: le unità cacciamine italiane hanno standard tecnici elevati, ma la loro proiettabilità in uno scenario ad alta tensione residua, con AIS spento e GPS disturbato, è una variabile che merita una valutazione separata rispetto alla semplice disponibilità nominale. Vale inoltre la pena notare che la partecipazione a un’operazione di bonifica in acque contese non è un’attività di polizia marittima: richiede regole d’ingaggio chiare e una catena di comando definita, aspetti su cui il memorandum attuale, per ammissione degli stessi autori, offre garanzie ancora insufficienti.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 26 giugno 2026



