Riyadh punta su Washington ma non cede sulla Palestina

«Dietro le quinte, Riyadh vuole assicurarsi che la questione della normalizzazione con Israele non finisca per oscurare i fondamenti più ampi del suo partenariato con Washington». Lo scrive Chatham House in un commento firmato dal proprio esperto, analizzando una serie di mosse saudite che, pur apparendo scollegate, convergerebbero verso un obiettivo comune: assumere un ruolo più attivo nella sicurezza regionale rafforzando al tempo stesso il proprio valore agli occhi degli Stati Uniti.
Il caso più evidente è l’accordo di cooperazione nucleare civile firmato da Riyadh e Washington il 22 luglio, esito di anni di negoziato paziente con cui il regno ha scelto gli Stati Uniti come partner tecnologico invece di Russia o Cina. Il giorno successivo, però, il presidente Donald Trump ha collegato pubblicamente l’approvazione dell’intesa all’adesione saudita agli Abraham Accords, cioè alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Riyadh mantiene invece la posizione secondo cui relazioni formali con Israele richiedono progressi concreti verso la statualità palestinese, una linea irrigidita dalla guerra a Gaza.
Secondo Chatham House, il riarmo diplomatico saudita nasce anche da un paradosso: è stata la guerra di Trump contro l’Iran, con il più ampio spiegamento di forze statunitensi dal 1990, a spingere Riyadh a ripensare il proprio ruolo nell’ordine regionale. Il regno non si interroga più su come ottenere protezione americana, ma su come tutelare i propri interessi in un contesto dove l’impegno statunitense resta rilevante ma meno prevedibile.
Questa attivazione è visibile nel Mar Rosso, diventato una delle rotte più importanti e vulnerabili al mondo dopo la crisi nello Stretto di Hormuz. Il 20 luglio i Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno annunciato un blocco della navigazione saudita nello Stretto di Bab al-Mandab, rivendicando attacchi contro petroliere e, il 25 luglio, colpendo con missili e drone gli impianti Aramco di Jizan e Yanbu.
In risposta, il Ministero della Difesa saudita ha convocato il 30 luglio a Riyadh capi militari e rappresentanti di 43 paesi e dell’Unione Europea per discutere una coalizione marittima multinazionale a difesa della libertà di navigazione, offrendo di ospitarne il quartier generale e ottenendo il sostegno di quattordici stati. Il 28 luglio, forze saudite e statunitensi hanno condotto raid congiunti di precisione contro gruppi filo-iraniani nell’Iraq orientale, responsabili di oltre trenta attacchi con drone contro infrastrutture energetiche saudite e forze americane in 72 ore: un’azione che segna una rottura rispetto alla consueta cautela di Riyadh verso operazioni dirette in territorio iracheno.
Il rapporto individua anche una componente competitiva, legata al rapporto privilegiato di Washington con gli Emirati Arabi Uniti, già firmatari degli Abraham Accords. Attraverso cooperazione di sicurezza, condivisione degli oneri e maggiore disponibilità ad affrontare le crisi regionali, Riyadh cercherebbe di ridefinire il proprio valore per gli Stati Uniti su basi più ampie della sola normalizzazione con Israele, senza però abbandonare la propria linea sulla Palestina né allontanarsi da Washington.
Il commento di GrNet.it
Un quartier generale marittimo offerto a Riyadh, quattordici stati già a bordo, raid congiunti in Iraq dopo anni di cautela verso Teheran: sono segnali operativi più eloquenti di qualsiasi dichiarazione diplomatica. L’Arabia Saudita non sta negoziando solo un accordo nucleare, sta costruendo un dossier di capacità e affidabilità da mettere sul tavolo con Washington, e lo fa mentre gli Emirati hanno già incassato il dividendo politico della normalizzazione con Israele. Per la Marina italiana, presente da anni in missioni di sicurezza marittima nell’area, la nascita di una coalizione a guida saudita nel Mar Rosso pone una domanda di merito: quale spazio resterà ai contributi europei se il coordinamento si sposta su un quartier generale regionale che risponde innanzitutto a Riyadh. Resta da capire se Chatham House colga qui l’inizio di un modello di sicurezza collettiva a trazione locale o solo una fase tattica in attesa di chiarezza sull’impegno americano nel Golfo.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 5 agosto 2026




