Sostenere l’Ucraina è interesse proprio, non carità: la tesi di RUSI

Sono 376 i missili, 126 dei quali balistici, e 4.956 i droni d’attacco lanciati dalla Russia sull’Ucraina nel solo luglio, un record mensile. Il dato compare in un commento di Greg Mills, Karin von Hippel e Raimundo Robredo, pubblicato dal Royal United Services Institute (RUSI) dopo una visita di dieci giorni a Leopoli, Kiev, Kharkiv e Dnipro. La tesi è che il sostegno a Kiev risponde all’interesse delle democrazie occidentali e non a un impulso caritatevole.
Il quadro descritto è quello di un paese all’ingresso del quinto inverno di guerra, con attacchi alle infrastrutture energetiche che ora coinvolgono anche i distributori di carburante. Le perdite tra morti e feriti sono stimate in 250.000-300.000 sul lato ucraino e in oltre cinque volte tanto su quello russo. A settembre Kiev ha registrato circa 190 allarmi aerei, il triplo di luglio, e a fine mese la Russia aveva impiegato 3.177 droni a getto. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nei primi otto mesi del 2026 i civili uccisi sono stati 2.222, più che in tutto il 2025.
Anche tra gli alleati cresce la stanchezza. Costi dell’energia, inflazione e servizi sociali sotto pressione alimentano i consensi dei partiti di estrema destra, spesso vicini a Mosca, in Germania e Francia. Il sostegno pubblico è già più debole nell’Europa meridionale, dove governi e cittadini devono fare i conti anche con le minacce che arrivano da sud. Per i ricercatori la domanda su che cosa ci guadagni chi continua a inviare miliardi è legittima e merita un dibattito pubblico più ampio.
La prima risposta riguarda la sicurezza. Da un decennio la Russia condurrebbe azioni sotto soglia contro la maggior parte degli alleati NATO: attacchi informatici a infrastrutture critiche, incursioni di droni negli aeroporti, interferenze sui cavi sottomarini, incendi dolosi in magazzini, omicidi e tentati omicidi di cittadini russi all’estero, uso dei migranti come strumento di pressione, pedinamento di navi dell’Alleanza, disinformazione e ingerenze elettorali. Nessuna di queste azioni richiede una risposta cinetica, ma il ritmo è aumentato nell’ultimo anno. Secondo gli autori, far combattere i russi a un esercito ucraino disposto a farlo con risorse occidentali costa meno che impegnare sangue occidentale.
Il testo richiama il discorso del 2024 all’Assemblea Federale in cui Vladimir Putin parlava di «un nuovo quadro di sicurezza uguale e indivisibile in Eurasia», orientato verso i BRICS e guidato da Mosca. Gli autori lo leggono come un diritto di veto russo sulle scelte di alleanze, modello politico e valori dei paesi considerati nella sua sfera d’influenza, paragonabile al controllo coloniale sull’Africa. In questa chiave, trattenere le vecchie scorte europee di Patriot è un danno a sé stessi e venderle anziché donarle è miopia o, nel caso peggiore, estorsione.
L’impatto va oltre l’Europa. In Africa vi sono indicazioni di interferenze elettorali russe, in particolare in Sudafrica e Zambia, mentre la presenza di mercenari a sostegno dei regimi del Sahel aggrava i problemi di governance ed esclusione e alimenta il fenomeno migratorio.
La seconda risposta è che l’Occidente ha molto da imparare. Le forze armate ucraine sono descritte come le più avanzate e rodate d’Europa. La lezione sta meno nell’invenzione che nella rapidità di attuazione a costi inferiori a quelli occidentali, grazie a un’urgenza esistenziale che ha rimosso gran parte degli attriti negli approvvigionamenti. Il vice comandante del 413th Unmanned Systems RAID Regiment, nome in codice «Django», indica nella flessibilità tecnologica e nel sistema di comando e controllo DELTA le chiavi di un reparto efficace. Danyil Vakhovskyi, direttore esecutivo del produttore di droni General Cherry, dichiara una produzione salita a oltre 100.000 unità al mese.
Un’altra lezione riguarda la società. Gli autori citano il minuto di silenzio quotidiano in tutto il paese e la ricostruzione di quanto distrutto, spesso in poche settimane. Ricordano inoltre che i bombardamenti strategici, dal Blitz di Londra alle città tedesche e giapponesi fino al Vietnam, tendono a rafforzare la tenuta dei civili. Concludono che l’Europa farebbe bene a fornire a Kiev ciò che serve davvero, non solo ciò di cui non ha più bisogno, perché un mondo in cui i diritti altrui sono negoziabili rende negoziabili anche i nostri.
Il commento di GrNet.it
Le 100.000 unità al mese di General Cherry sono una cifra che il testo riporta come dichiarazione del dirigente dell’azienda, mentre i 2.222 civili uccisi nei primi otto mesi del 2026 vengono dalle Nazioni Unite: i due piani convivono nel commento senza distinzione, e conviene tenerli separati. Il passaggio più utile per l’Italia è quello sulla rapidità di attuazione, perché gli attriti negli approvvigionamenti che in Ucraina l’urgenza ha rimosso in parte restano per lo più in piedi da noi, e resta da capire quali correttivi siano trasferibili in tempo di pace. Gli autori ammettono poi che il sostegno è più tiepido nell’Europa meridionale ma non indicano come recuperarlo: un’argomentazione fondata sull’interesse richiede di mostrare all’opinione pubblica mediterranea che le minacce ibride elencate la riguardano da vicino.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 7 ottobre 2026




