Peshmerga unificati, truppe Usa in uscita: la prova è nella catena di comando

Che cosa resta di una missione militare quando le truppe statunitensi lasciano il paese? Secondo Ara Mahmood, in un articolo pubblicato da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, una parte della risposta riguarda i Peshmerga curdi: il 21 settembre la Regione del Kurdistan iracheno ha annunciato il completamento dell’unificazione e riorganizzazione delle proprie forze sotto il Ministero degli Affari dei Peshmerga (Ministry of Peshmerga Affairs, MoPA). Resta da stabilire se l’unità sia sostanziale o solo formale.
I Peshmerga discendono dalle formazioni di guerriglia curde che per gran parte del Novecento combatterono contro i governi iracheni. Dopo l’invasione del 2003 non sono mai diventati un esercito nazionale unico, ma si sono divisi in due forze di partito: quella dell’Unione Patriottica del Kurdistan (Patriotic Union of Kurdistan, PUK) e quella del Partito Democratico del Kurdistan (Kurdistan Democratic Party, KDP). I leader curdi hanno definito l’annuncio una vittoria storica, arrivata nove giorni prima del ritiro militare statunitense definitivo dall’Iraq.
L’autore non trova indizi che Washington abbia pianificato la data come parte della propria strategia di uscita: la riforma procede da anni, nel quadro del sostegno della coalizione internazionale contro l’ISIS. Un memorandum d’intesa del 2022 tra il Dipartimento della Difesa statunitense e il Governo regionale del Kurdistan (Kurdistan Regional Government, KRG) delineava già la trasformazione dei Peshmerga in un partner militare professionale. La coincidenza temporale, nota Mahmood, giustifica comunque una lettura congiunta dei due eventi.
Gli Stati Uniti, spiega il testo, non rinunciano ai propri interessi in Iraq, tanto più mentre è in corso una guerra con l’Iran. Questi interessi sono due: impedire il ritorno dell’ISIS, che potrebbe indurre a un nuovo intervento, e contenere l’influenza iraniana sulle istituzioni statali e sui gruppi armati iracheni. Il piano affida alle istituzioni irachene e curde un carico maggiore, mentre Washington e i partner europei passano ad addestramento, consulenza, condivisione di intelligence e sostegno allo sviluppo delle capacità locali.
Il territorio curdo confina con l’Iran, e un Peshmerga unificato potrebbe trovarsi in prima linea contro le milizie filoiraniane e contro una possibile ripresa dell’ISIS. Il banco di prova, però, è se la nuova struttura modifichi chi comanda davvero. Il Comando regionale 1 è guidato dal KDP e il Comando regionale 2 dal PUK, e ciascuno può ancora nominare i propri comandanti di divisione e di brigata. I critici ne deducono che la lealtà di partito resti il meccanismo decisivo; lo stesso MoPA ammette che il lavoro non è concluso.
Tra i risultati rivendicati dal ministero figura il pagamento degli stipendi di tutti i Peshmerga, a prescindere dal comando di appartenenza, attraverso un conto centrale: i soldati dipendono quindi dal ministero e non dai partiti. I funzionari curdi sperano di eliminare l’influenza partitica entro la fine dell’anno, e il primo ministro Masrour Barzani definisce l’unificazione soltanto «la prima fase di un lungo percorso».
La volontà dei leader di mettere da parte le rivalità resta incerta. A due anni dalle elezioni parlamentari la Regione non ha ancora formato un nuovo governo, per lo stallo tra i due principali partiti sulla ripartizione dei ministeri e delle cariche di vertice. Washington ha da tempo vincolato gli aiuti all’unificazione, e secondo Mahmood la partenza militare accresce gli incentivi a presentarsi uniti; dovrà però riorientare l’azione diplomatica verso questo obiettivo.
Sul fronte iracheno pesa poi il disarmo delle milizie filoiraniane, ora affidato a Baghdad. Il ritiro statunitense segue un accordo con il governo iracheno, che sperava di disarmarle prima della partenza, ma i gruppi hanno risposto che le forze straniere devono andarsene per prime. Restano troppo potenti per essere controllate con facilità, e Teheran ha interesse a sostenerle perché possono minacciare le forze alleate degli Stati Uniti nella regione.
L’Iraq entra dunque in una fase con meno truppe straniere e partnership di sicurezza che proseguono. Per Mahmood la questione è se Stati Uniti ed europei, riducendo la presenza diretta, lascino istituzioni locali abbastanza solide da prevenire il ritorno dell’ISIS e tenere sotto controllo rivali regionali e milizie. I rapporti di sicurezza costruiti in anni, conclude, non se ne vanno necessariamente con i soldati.
Il commento di GrNet.it
Due comandi regionali, uno a guida KDP e uno a guida PUK, ciascuno con la facoltà di nominare comandanti di divisione e di brigata: è il dato che ridimensiona l’annuncio del 21 settembre. Per chi ha operato in contesti di addestramento e assistenza, la catena di comando conta più dell’organigramma, e un conto stipendi centralizzato, per quanto utile, non basta a dimostrare che gli ordini seguano la linea ministeriale. Per i partner europei che continueranno a fare consulenza resta aperta una domanda pratica: come misurare, con indicatori verificabili, il passaggio dalla lealtà di partito a quella istituzionale? Prima di trarne conclusioni sarebbe prudente distinguere ciò che il MoPA dichiara da ciò che i reparti mostreranno sul terreno nei prossimi mesi.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 ottobre 2026




