Washington torna a puntare su Muscat per parlare con gli Houthi

Il 15 settembre il segretario di Stato Marco Rubio ha telefonato al ministro degli Esteri omanita Sayyid Badr al-Busaidi, esprimendo sostegno a un rafforzamento dei legami tra Muscat e Washington: lo riferisce un comunicato del Dipartimento di Stato citato da Responsible Statecraft, think tank vicino al Quincy Institute, in un’analisi firmata da Giorgio Cafiero.
La chiamata arriva pochi mesi dopo che il presidente Donald Trump aveva minacciato pubblicamente di «far saltare in aria» e «bombardare a morte» l’Oman, in risposta ai colloqui che Muscat intratteneva con Teheran sul futuro status dello Stretto di Hormuz. Nonostante quelle uscite, secondo l’analisi Washington continua a considerare l’Oman un ponte indispensabile verso l’Iran e verso altri attori regionali.
Il contesto è la crisi lungo la costa yemenita del Mar Rosso e il Bab el-Mandab, definita nell’articolo come il «fronte occidentale» dello scontro più ampio tra Stati Uniti e Iran. Pochi giorni prima della telefonata tra Rubio e al-Busaidi, funzionari statunitensi e rappresentanti di alto livello del movimento Ansar Allah, noto come Houthi, si sono incontrati presso l’ambasciata americana a Muscat con il supporto di mediatori omaniti. L’incontro è seguito a un’offensiva riuscita degli Houthi contro le forze del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, sostenuto dall’Arabia Saudita, sulla costa occidentale del paese; in quella sede gli Houthi avrebbero comunicato di non avere intenzione di colpire naviglio americano.
Il 12 settembre lo stesso Trump aveva dichiarato che gli Houthi avevano telefonato alla sua amministrazione chiedendo a Washington di non entrare nel conflitto yemenita. Due giorni dopo il vicepresidente JD Vance ha confermato l’esistenza di contatti diretti tra Stati Uniti e movimento Houthi.
Un ex diplomatico omanita, citato in forma anonima, descrive la chiamata Rubio-al-Busaidi non come una semplice cortesia diplomatica ma come una «correzione strategica»: qualunque sia la retorica politica, sostiene, l’amministrazione americana ha bisogno di un rapporto funzionante con Muscat. Secondo la stessa fonte, l’Oman «non è semplicemente un partner diplomatico in astratto», ma uno dei pochi luoghi in cui gli attori dello scontro regionale possono comunicare tra loro.
Per Muscat l’instabilità yemenita minaccia direttamente interessi di sicurezza ed economici: un conflitto attorno al Bab el-Mandab disturberebbe i flussi commerciali ed energetici, danneggiando le ambizioni portuali e logistiche legate al piano Vision 2040. David Des Roches, docente al Thayer Marshall Institute, osserva che l’Oman preferisce mantenere una politica estera neutrale ma è disposto a intervenire quando Washington ha necessità reali.
L’articolo segnala inoltre come organizzazioni neoconservatrici, tra cui la Foundation for Defense of Democracies, tendano a rappresentare l’Oman come attore inaffidabile e vicino al campo iraniano. Secondo l’ex diplomatico, però, un approccio americano che trattasse Muscat come una minaccia complicherebbe il perseguimento degli interessi statunitensi su Yemen, Mar Rosso e Stretto di Hormuz. La dinamica descritta è paradossale: più Washington necessita dell’Oman come intermediario, maggiore diventa la sua rilevanza diplomatica, ma cresce anche il rischio che una delle parti in causa interpreti il suo ruolo come un allineamento con l’altra.
Il commento di GrNet.it
Un’ambasciata a Muscat, funzionari statunitensi seduti di fronte a delegati Houthi con la regia discreta dei mediatori omaniti: è la scena che meglio racconta come si gestisce oggi una crisi che sulla carta oppone Washington a Teheran ma che nei fatti si tratta altrove, a bassa voce. Per un osservatore con esperienza operativa colpisce la distanza tra la retorica muscolare, le minacce di bombardamento rivolte a un partner che ospita basi e accordi di sicurezza, e la prassi che affida proprio a quel partner il compito di tenere aperto un canale con un attore non statale armato. Vale la lettura mediterranea: l’instabilità nel Bab el-Mandab non è questione regionale isolata, tocca direttamente le rotte che collegano il Mediterraneo a Suez e quindi gli interessi marittimi italiani. Resta da capire se Roma stia seguendo con la stessa attenzione degli analisti americani il ruolo di cerniera che Muscat continua a esercitare, o se la percezione pubblica italiana della crisi yemenita resti ancorata solo alla dimensione della sicurezza della navigazione.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 21 settembre 2026



