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L’apocalisse dell’AI come diversivo dai danni già in corso, secondo Quincy Institute

Jacob Coxon, ex ricercatore di Anthropic e OpenAI diventato whistleblower, ha scritto su X che le aziende di intelligenza artificiale «stanno correndo dritte verso una superintelligenza capace di automigliorarsi, scommettendo sulle nostre vite»: l’allarme, lanciato a metà settembre, ha innescato un’ondata di articoli sull’apocalisse dell’AI, ricostruisce Alex Jordan in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, il portale del Quincy Institute.

A rincarare la dose è stato Evan Hubinger, ricercatore di Anthropic, che ha scritto: «Crediamo davvero che l’AI possa uccidere tutti gli esseri umani. Personalmente penso che la probabilità sia superiore al 10% nel prossimo decennio». Le due dichiarazioni hanno alimentato per giorni titoli e servizi televisivi centrati sullo scenario dell’estinzione, dal New York Times al Washington Post.

Jordan si chiede se questo panico sia davvero giustificato. Nell’ultimo episodio del podcast Always at War, prodotto da Responsible Statecraft, l’autore prova a separare ciò che nel dibattito è rischio reale da ciò che è amplificazione di settore, concentrandosi su un aspetto che definisce spesso trascurato dai commentatori di Washington.

Il paradosso individuato è il seguente: nello stesso momento in cui gli amministratori delegati delle aziende di intelligenza artificiale prospettano la fine dell’umanità, collaborano con il Pentagono per costruire sistemi d’arma, contribuiscono all’espansione della sorveglianza di massa e chiedono al Congresso di rimuovere vincoli normativi, comprese le esenzioni dalle leggi antitrust.

Secondo Jordan, figure come Sam Altman, Elon Musk e Dario Amodei sostengono, con una costruzione retorica che l’autore definisce contorta, che l’unico modo per evitare un «Armageddon» causato dall’AI sia liberare le aziende dal vincolo della legge, così da poter usare la stessa tecnologia per vincere una guerra contro la Cina.

Il testo si interroga se la narrazione sull’estinzione sia una convinzione autentica oppure uno strumento per distogliere l’attenzione dai danni immediati già prodotti dall’intelligenza artificiale: l’impiego per colpire civili a Gaza e in Iran, e la crescita degli apparati di sorveglianza basati su AI negli Stati Uniti.

Jordan richiama inoltre un rapporto di Human Rights Watch sulla deriva del Pentagono verso sistemi d’arma pienamente autonomi, a dimostrazione che i rischi dell’AI non sono solo ipotesi teoriche ma criticità già in atto. La domanda con cui si chiude l’episodio è diretta: perché non concentrarsi sui pericoli reali e presenti, piuttosto che su scenari da fine del mondo.

Il commento di GrNet.it

Il paradosso richiama la logica della corsa agli armamenti nucleare della Guerra Fredda, quando il timore di un’arma capace di sterminare l’umanità servì tanto a giustificare la deterrenza quanto a blindare i programmi militari da ogni controllo esterno. Anche qui lo scenario dell’estinzione arriva dagli stessi soggetti che chiedono di essere esentati dalle leggi antitrust e che collaborano con il Pentagono su sistemi d’arma sempre più autonomi. Per l’Italia e per l’Unione Europea, impegnate a definire un quadro normativo sull’intelligenza artificiale, la lezione è che il dibattito sui rischi esistenziali non può sostituire la valutazione tecnica dei sistemi già impiegati sul campo, come quelli citati a Gaza e in Iran. Resta da capire quanto le istituzioni europee sapranno distinguere tra rischio dichiarato e rischio verificato prima di calibrare le proprie scelte regolatorie.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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