Diego Garcia, perché Washington non rinuncerà alla base nell’oceano Indiano

Secondo la recensione di Ved Shinde pubblicata da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, Diego Garcia resta per Stati Uniti e Regno Unito un’installazione che nessuno dei due intende perdere, anche dopo l’intesa che restituisce le Chagos a Mauritius. Il testo si regge sul volume di Samuel Bashfield «The British Indian Ocean Territory», una storia delle iniziative anglo-americane nell’oceano Indiano durante la Guerra fredda.
A marzo, nel corso della guerra in atto, l’Iran ha lanciato due missili contro l’isola, sede di una base congiunta britannico-statunitense. Entrambi hanno mancato il bersaglio, ma per Shinde l’episodio ha costituito la prima dimostrazione operativa della capacità iraniana in materia di missili balistici a raggio intermedio. L’isola dista 2.500 miglia dalle coste iraniane. L’autore richiama anche una definizione risalente a decenni fa, quando un alto ufficiale della marina americana descrisse l’oceano Indiano come la «porta di servizio» del Medio Oriente e il «ventre molle» di Russia e Cina.
Bashfield, che ha un dottorato in storia marittima e politica di sicurezza nazionale, ha lavorato su archivi di Stati Uniti, Regno Unito e Australia. Alcuni documenti restano coperti da riservatezza, ma quelli consultati delineano secondo il recensore uno schema coerente. Il racconto parte dal 1941, quando i britannici scelsero l’isola come base logistica navale per coprire l’oceano Indiano, mentre l’avanzata giapponese nel Sud-Est asiatico minacciava Singapore.
Il valore strategico dell’intero arcipelago delle Chagos fu però compreso a fondo solo nei primi anni della Guerra fredda, in piena decolonizzazione di parti di Asia e Africa. Tre documenti di indirizzo ne danno conto: l’Indian Ocean Task Force (1959), lo Strategic Island Concept americano (1960) e la Island Strategy britannica (1963). Il libro ricostruisce i negoziati tra Londra e Washington sul «distacco» delle isole da Mauritius e dalle Seychelles e dedica spazio anche all’atollo di Aldabra, considerato dai pianificatori britannici come possibile sito militare.
Un filone centrale riguarda lo scambio tra accesso e deterrenza. In tre successivi accordi, l’ampliamento della presenza americana a Diego Garcia fu collegato al sostegno degli Stati Uniti a tre programmi britannici di missili balistici lanciati da sottomarino: Polaris, Super Antelope e Trident. Questi strumenti hanno garantito a Londra una capacità di seconda risposta e un rafforzamento della deterrenza subacquea. Shinde cita Margaret Thatcher, secondo cui le sue scelte sulla tecnologia nucleare comportavano «le maggiori conseguenze di lungo periodo per la Gran Bretagna».
Nella seconda parte Bashfield descrive la «maturità» dell’isola. L’espansione delle infrastrutture americane l’ha resa, a suo giudizio, un «territorio de facto americano», nonostante le periodiche rimostranze londinesi sulla sovranità. Il suo valore si consolidò come nodo logistico e base aerea nelle operazioni Desert Shield e Desert Storm, dopo l’invasione irachena del Kuwait nel 1990. Oggi la base serve alla logistica navale, al supporto aereo, al preposizionamento dei rifornimenti e alla raccolta di informazioni, con funzione di raccordo tra oceano Indiano, Medio Oriente, Asia meridionale e Africa. Per la strategia di Washington sta all’oceano Indiano come Guam al Pacifico.
L’intesa attuale prevede la sovranità mauriziana sull’intero arcipelago, mentre il Regno Unito, attraverso gli Stati Uniti, gestirà la base per 99 anni, con una possibile proroga di 40. Londra verserà a Port Louis 3,4 miliardi di sterline (4,5 miliardi di dollari), in più rate. Il presidente Donald Trump ha definito «stupido» l’accordo, mentre il segretario di Stato Marco Rubio lo ha giudicato «storico». Dalla fine degli anni Sessanta i chagossiani furono allontanati con la forza per far posto alle installazioni militari, e le cause legali nei tribunali britannici, avviate all’inizio degli anni Settanta, proseguono.
Tra i limiti del libro, Shinde indica lo scarso sviluppo del contesto internazionale: Unione Sovietica, India e altri Stati rivieraschi compaiono, ma senza un esame approfondito del loro peso nei negoziati. Per gli apparati militari dei due Paesi la base resta essenziale, data la rivalità navale e l’espansione cinese nelle stesse acque. Sovranità mauriziana e diritti dei chagossiani sono però questioni urgenti, e secondo Bashfield i due obiettivi non divergono. Il nodo, conclude il recensore, rimane irrisolto.
Il commento di GrNet.it
Un diritto di accesso a una base si negozia, e Londra lo ha fatto valere in cambio di tecnologia per il proprio deterrente: è la lezione più utile che il libro di Bashfield offre a chi ragiona di basi alleate. L’Italia ospita installazioni di partner e potrebbe domandarsi con la stessa franchezza quale contropartita strutturata ne ricavi e quale margine decisionale conservi sull’uso, soprattutto quando un sito diventa bersaglio, come Diego Garcia a marzo. Colpisce anche la durata dell’intesa, 99 anni più 40, che separa la sovranità formale dal controllo effettivo; resta da capire fino a che punto un simile schema sia replicabile in un contesto mediterraneo e per un Paese privo di deterrente proprio.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 14 ottobre 2026






