Il rischio per Washington: la guerra con l’Iran spinge Riyadh verso Pechino

Nel settembre 2019 l’attacco al complesso di Abqaiq mise a nudo la precisione e la portata degli arsenali a disposizione di Teheran o dei suoi alleati, colpendo il cuore della produzione petrolifera saudita. Secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft e firmata da Jean-Francois Seznec, quello stesso schema di vulnerabilità si ripresenta oggi su scala maggiore, nel conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran, con un esito che per Riyadh assomiglia più a una smentita che a una conferma della protezione americana.
L’autore, che già in un articolo del settembre 2019 su LobeLog aveva descritto l’“accerchiamento” della produzione petrolifera saudita da parte dell’Iran e delle forze a esso allineate, ricorda come anche l’oleodotto East-West, pensato come via alternativa allo stretto di Hormuz, e i traffici marittimi al largo di Fujairah si fossero già rivelati esposti ad attacchi con droni e razzi. Nel 2019 Riyadh rimase profondamente delusa dal mancato intervento militare statunitense contro l’Iran dopo l’attacco ad Abqaiq, nonostante gli investimenti compiuti nella relazione con la prima amministrazione Trump, incluso l’impegno da 2 miliardi di dollari del Public Investment Fund nella società di private equity di Jared Kushner.
Nella guerra in corso, sostiene Seznec, il problema si è aggravato: gli Stati Uniti riescono a colpire obiettivi in profondità sul territorio iraniano, ma non a impedire ritorsioni contro le infrastrutture saudite. Attacchi recenti contro lo stesso oleodotto East-West confermerebbero che nessuno scudo missilistico è impermeabile a colpi ripetuti e a basso costo contro impianti estesi come Abqaiq, Ras Tanura e Yanbu. Un conflitto prolungato, nota l’autore, potrebbe anzi incentivare Teheran ad aumentare la pressione sugli alleati americani proprio per colpire Washington indirettamente.
Il deterioramento riguarda anche il dossier nucleare civile: dopo aver sostenuto l’accordo con Riyadh, Trump ne ha condizionato pubblicamente il futuro politico alla partecipazione saudita agli Accordi di Abramo, una richiesta difficile da accettare per il principe ereditario Mohammed bin Salman mentre Israele prosegue le operazioni a Gaza, in Cisgiordania e nel Libano meridionale. L’intesa è stata trasmessa al Congresso e non è formalmente decaduta, ma la condizionalità imposta la mette in seria difficoltà.
Di fronte a questi segnali, secondo l’analisi, l’Arabia Saudita non punterebbe a una rottura con Washington, che resterebbe fornitore di armamenti, investitore e partner militare, ma starebbe già costruendo alternative. Il Mecca Joint Defence Agreement, firmato in agosto da Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, prevede una clausola di difesa reciproca i cui obblighi pratici restano da verificare, ma il cui significato politico è, secondo l’autore, evidente: Riyadh non vuole più dipendere da un unico protettore esterno.
La Cina viene indicata come l’alternativa più rilevante: primo acquirente del petrolio del Golfo, partner economico indispensabile per lo sviluppo saudita e mediatore, nel 2023, della ripresa delle relazioni diplomatiche tra Riyadh e Teheran. A differenza di Washington, Pechino non chiede normalizzazioni con Israele né allineamenti pubblici su un conflitto regionale divisivo. L’autore chiude paragonando l’esito potenziale della guerra con l’Iran alla scia lasciata dall’invasione irachena di George W. Bush, che rafforzò l’influenza di Teheran su Baghdad: la guerra di Trump, scrive, rischia di consegnare il Golfo, e soprattutto l’Arabia Saudita, alla Cina.
Il commento di GrNet.it
Il dato di partenza è netto: sette anni dopo Abqaiq, lo stesso oleodotto East-West torna a essere colpito, e questo segnala che nessuna diversificazione delle rotte esportative sostituisce una difesa aerea integrata capace di intercettare minacce ripetute e a basso costo su infrastrutture estese. Per un osservatore con esperienza di pianificazione della difesa aerea, il punto debole non è la potenza offensiva americana, mai messa in discussione, ma la sua traduzione in protezione effettiva del territorio alleato, un problema che riguarda direttamente anche i sistemi Patriot e SAMP/T schierati in teatri mediterranei. Se Riyadh sta davvero costruendo un ombrello di sicurezza parallelo con Islamabad e Ankara, Roma dovrebbe chiedersi quale margine resti alla cooperazione industriale euro-mediterranea nel settore missilistico e dei radar, dove Turchia e Pakistan si affacciano già come concorrenti oltre che come partner NATO. Restano da verificare gli obblighi pratici del patto della Mecca, ma la direzione indicata dall’analisi merita attenzione anche per le forniture energetiche italiane dal Golfo.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 settembre 2026



