Cyber e SpazioOsservatorio Strategico

Chatham House interroga sei esperti sul futuro dell’intelligenza artificiale

«Stiamo spingendo forte sulle capacità con investimenti titanici, ma senza alcun piano su come controllare sistemi molto più potenti di noi»: la frase, pronunciata da Stuart Russell, docente di informatica all’Università della California a Berkeley e presidente della International Association for Safe and Ethical AI, apre la serie di interventi raccolti da Chatham House in un simposio dedicato al futuro dell’intelligenza artificiale. Russell stima una probabilità del 70 per cento che le capacità dei sistemi si stabilizzino facendo scoppiare la bolla dell’IA, e del 30 per cento che si arrivi invece a un’intelligenza artificiale generale o superintelligente, con alto rischio di catastrofe salvo un intervento rapido dei governi.

Il think tank londinese ha posto sei domande a sei figure di riferimento del settore: oltre a Russell, compaiono Shikoh Gitau, amministratrice delegata della società di consulenza digitale keniota Qhala, Alejandro Mayoral Baños, co-direttore esecutivo dell’organizzazione per i diritti digitali Access Now, Anton Leicht del Carnegie Endowment for International Peace, Alex Krasodomski, direttore del programma Digital Society di Chatham House, e Yao Xu, segretario generale del Centre for Global AI Innovative Governance e docente alla Fudan University.

Sul mercato del lavoro le posizioni divergono nettamente. Gitau si dice ottimista, ricordando che aziende come Anthropic e OpenAI stanno già inviando ingegneri presso i clienti per adattare i modelli, segno della nascita di nuovi mestieri. Yao Xu è invece pessimista: i paesi ricchi potranno attenuare lo shock con riqualificazione e protezione sociale, ma molti governi non dispongono delle risorse necessarie, e la crisi si propagherà attraverso migrazioni, commercio e instabilità politica. Krasodomski prevede una dislocazione significativa seguita da un adattamento diseguale, con le economie basate su servizi delocalizzabili, come Filippine, Kenya e India, particolarmente esposte.

Sulla competizione tra Stati Uniti e Cina per la leadership tecnologica entro il 2035 non c’è consenso: Leicht indica gli Stati Uniti, forti del vantaggio nella progettazione dei chip, Gitau la Cina, citando la diffusione di infrastrutture digitali cinesi in Africa, mentre Yao Xu ritiene che nessuna delle due potenze dovrebbe dominare, auspicando un sistema più distribuito. Mayoral Baños contesta la stessa cornice della domanda, definendola una narrazione da corsa agli armamenti che riduce la leadership tecnologica a un gioco a somma zero.

Sulla possibilità che le potenze medie costruiscano una propria capacità sovrana in campo IA, la maggioranza degli intervistati è scettica: Leicht parla di costi dell’ordine dei trilioni di dollari, troppo elevati per i mercati regionali. Russell invita a non ossessionarsi con lo «stack sovrano», ricordando che nessun paese, inclusi Stati Uniti e Cina, ne possiede uno completo. Gitau propone invece il concetto di «intelligenza minima vitale», modelli mirati a esigenze specifiche, come quelli sviluppati da Qhala per patologie prevalenti in Africa quali HIV e anemia falciforme.

Sulla regolazione, Russell propone un regime di licenze modellato sull’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Yao Xu suggerisce di partire dall’approccio basato sul rischio dell’AI Act dell’Unione europea, mentre Leicht prevede che saranno gli Stati Uniti a fissare gli standard globali, lasciando al resto del mondo margini di manovra limitati.

Il commento di GrNet.it

Il precedente evocato da Stuart Russell, quello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica come modello di licenza preventiva, è indicativo di come si continui a inseguire per l’intelligenza artificiale una cornice regolatoria pensata per tecnologie a proliferazione centralizzata e tracciabile, mentre i modelli open weight, una volta rilasciati, non sono più recuperabili. Per un osservatore che si occupa di dottrina militare questo scarto pesa: un trattato di non proliferazione presuppone impianti fisici individuabili da satellite, non pesi di un modello scaricabili in pochi minuti da chiunque disponga di connettività. Le stesse fonti divergono sulla rischiosità dell’open source, segno che non esiste ancora un consenso tecnico, non solo politico, su cosa vada effettivamente controllato. Per l’Italia e per la NATO la domanda concreta non è se regolare, ma se le strutture di verifica esistenti siano adatte a un oggetto che si comporta più come informazione che come materiale fissile.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 7 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

Redazione di GrNet.it, network di informazione su sicurezza e difesa attivo dal 2007. Segue quotidianamente le notizie e gli approfondimenti su Forze di Polizia, Forze Armate, scenari internazionali, normativa e concorsi del comparto sicurezza.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio