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Van Hollen: la guerra in Iran mostra i limiti del potere americano

Secondo un’intervista rilasciata dal senatore Chris Van Hollen (D-Md.) a Responsible Statecraft, la guerra in Iran voluta dall’amministrazione Trump rappresenta l’esempio più chiaro dei limiti strutturali del potere statunitense nel mondo contemporaneo. Il senatore, potenziale candidato alla presidenza nel 2028 e tra le voci più critiche del Senato verso la condotta israeliana e l’influenza dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), ha definito la guerra “illegale” fin dal suo avvio e tuttora tale, in aperta violazione della risoluzione concorrente sui War Powers approvata da Camera e Senato lo scorso giugno.

Van Hollen sostiene che il War Powers Act del 1973 sia stato gravemente danneggiato dall’amministrazione Trump, con la complicità dei repubblicani al Senato, trasformati secondo lui in un organo di ratifica automatica delle decisioni presidenziali. L’amministrazione ha giustificato la mancata osservanza della risoluzione sostenendo che il cessate il fuoco abbia azzerato il termine dei 60 giorni previsto per il ritiro delle forze.

Per contrastare la prosecuzione del conflitto, il senatore indica lo strumento del controllo della spesa: si oppone allo stanziamento supplementare di circa 70 miliardi di dollari richiesto dall’amministrazione, sostenendo che approvarlo equivarrebbe a una legittimazione retroattiva di una guerra illegale. Richiama inoltre il ritmo elevato di consumo di munizioni come ulteriore fattore che potrebbe limitare, nei fatti, l’intensità delle operazioni.

Interrogato sul precedente dell’intervento in Libia del 2011, autorizzato dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Lega Araba, Van Hollen distingue nettamente quel caso, che definisce un’area grigia ma sorretta da un impianto giuridico solido, dalla situazione iraniana, dove sono già morti 18 militari statunitensi e non vi sarebbe alcun dubbio sul coinvolgimento in ostilità. Riconosce peraltro che l’operazione libica, pur riuscita nell’obiettivo iniziale di prevenire un massacro di massa, sia poi degenerata in un’estensione della missione (mission creep) culminata nella caduta di Gheddafi e nel collasso dello Stato libico.

Sul fronte mediorientale, il senatore rivendica il proprio articolo pubblicato sul New York Times in cui invitava i democratici a fare i conti con il mancato uso della leva statunitense per limitare la condotta israeliana. Cita l’evoluzione dei rapporti di forza interni al partito: da circa 17 voti al Senato nella primavera 2025 contro il trasferimento di armi a Israele, durante il blocco di quasi 80 giorni degli aiuti umanitari a Gaza, fino ai 40 senatori democratici che di recente hanno votato per bloccare la fornitura di armi e bulldozer. Indica in AIPAC il principale fattore che tiene il Congresso in una condizione di isolamento rispetto all’opinione pubblica, pur segnalando la crescita di organizzazioni ebraiche di segno diverso come J Street.

Sul piano più generale, Van Hollen osserva che il primato indiscusso degli Stati Uniti si sta esaurendo, complice l’ascesa di altre potenze, Cina in testa, e che l’amministrazione Trump ha eroso la credibilità americana come sostenitrice dell’ordine internazionale basato su regole. Definisce la vicenda iraniana, incluso il tentativo fallito di replicare in altri contesti la logica di un’azione rapida e risolutiva, come prova che gli Stati Uniti non possono più agire senza vincoli in qualsiasi parte del mondo, e per questo invita a un riesame della presenza militare americana su scala globale.

Il commento di GrNet.it

L’analisi si concentra sul dibattito interno a Washington ma lascia sullo sfondo un punto che riguarda direttamente gli alleati europei: se il potere di veto del Congresso sulle guerre presidenziali è ormai, nei fatti, uno strumento spuntato, la capacità di prevedere quando e dove gli Stati Uniti interverranno militarmente si riduce di conseguenza, con ricadute dirette sulla pianificazione di difesa dei paesi che dipendono dall’ombrello statunitense. Il paragone che Van Hollen traccia con la Libia del 2011 meriterebbe uno sguardo più attento da Roma, che partecipò a quella missione e ne subì poi le conseguenze in termini di instabilità nel Mediterraneo centrale e pressione migratoria. Se davvero l’amministrazione americana sta rivalutando la propria impronta militare globale, come suggerisce il senatore, i pianificatori italiani dovrebbero interrogarsi su quali capacità nazionali e quali accordi multilaterali servano a colmare eventuali vuoti, prima che si presentino sotto forma di crisi improvvisa. Resta da vedere se questa autocritica bipartisan produrrà davvero un cambiamento di rotta o resterà, come spesso accaduto in passato, un dibattito interno privo di conseguenze operative.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 14 agosto 2026

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