Uno squadrone NATO di jet da addestramento contro i drone russi

Come intercettare in modo sostenibile le incursioni di drone russi senza logorare i caccia di prima linea e le scorte di missili aria-aria già sotto pressione? Una possibile risposta arriva da un’analisi di Justin Bronk per il think tank britannico RUSI, che propone la creazione di uno squadrone multinazionale NATO dedicato esclusivamente all’intercettazione di drone da attacco monouso (one-way attack, OWA).
Negli ultimi diciotto mesi le violazioni dello spazio aereo degli Stati membri della NATO da parte di drone russi Geran e Gerbera, e talvolta di drone ucraini per errore, sono aumentate in modo costante. Nel settembre 2025 due F-35A olandesi hanno abbattuto diversi Geran o Gerbera sopra il territorio polacco, probabilmente con missili AIM-120 AMRAAM; F-16 romeni hanno abbattuto almeno tre drone a luglio, un F/A-18 spagnolo uno in agosto, e nel settembre 2026 gli Eurofighter italiani ne hanno intercettato uno non identificato in Lituania.
L’esperienza dell’aeronautica ucraina, che dal 2024 ha abbattuto oltre mille drone OWA con la propria flotta di F-16, mostra i limiti di questo approccio: l’intenso impiego ha eroso rapidamente la vita utile delle cellule, generando ritardi di manutenzione, mentre le scorte di missili aria-aria sono ormai in grave carenza. Secondo l’autore, destinare caccia e munizionamento di alta gamma a compiti di intercettazione routinaria di drone non è sostenibile, considerando che questi assetti restano essenziali per dissuadere un’aggressione russa diretta.
Per essere utile, un simile squadrone dovrebbe poter intercettare anche i modelli Geran-3 e Geran-4 a propulsione jet, capaci di 350-500 km/h, di notte, in condizioni meteorologiche marginali e in ambienti con GPS degradato o negato. I servizi di intelligence ucraini stimano la produzione russa di drone jet-propulsi in circa 3.000 unità al mese, un volume che rende l’azione di logoramento economicamente sostenibile per Mosca e la sfida potenzialmente rilevante per la NATO in caso di conflitto aperto.
L’analisi passa in rassegna diverse piattaforme: i turboelica PC-9 ed Embraer A-29 Super Tucano, adatti contro i modelli a elica ma troppo lenti per i Geran-3/4; il PC-21, veloce ma non certificato per l’armamento a causa delle norme di neutralità svizzere; i jet da addestramento avanzato Leonardo M-346 e KAI FA-50, dotati di radar ma con costi operativi vicini a quelli dei caccia di prima linea e tempi di consegna che, dato il pieno degli ordini esistenti, sposterebbero la formazione di uno squadrone al 2030. La soluzione più convincente individuata da Bronk è l’Aero L-39NG, testato personalmente dall’autore nell’agosto 2026: raggiunge i 300 nodi in volo livellato, ha maneggevolezza dolce anche sotto i 100 nodi per intercettare i drone a elica più lenti, e dispone già di pod di puntamento, razzi LAU-32 e mitragliatrici da .50 integrati.
Sul fronte degli armamenti, l’analisi scarta i missili aria-aria per costo e scarsità, e considera problematici mitragliatrici e cannoni per l’imprecisione notturna, il rischio di detonazione della testata da fino a 90 kg a distanza troppo ridotta e il pericolo di colpi vaganti sul territorio amico. La scelta preferita cade sui razzi guidati aria-aria, in particolare l’AGR-20 APKWS II di BAE Systems e l’LGR275 di Thales, che costano tra 25.000 e 50.000 dollari a colpo: per gli utenti europei l’LGR275 risulterebbe più accessibile, data la difficoltà attuale di ottenere forniture di AGR-20 tramite Foreign Military Sales a causa dell’uso intensivo statunitense contro i drone iraniani dal febbraio 2026.
Nelle conclusioni, Bronk propone uno squadrone di 16-24 velivoli con equipaggi specializzati a tempo pieno, realizzabile in pochi anni se la priorità politica e militare lo consentisse. Il progetto offrirebbe alle aeronautiche più piccole dell’Europa centrale e orientale, spesso in difficoltà a mantenere squadroni da caccia di alto livello, un ruolo concreto nella difesa quotidiana dei confini dell’Alleanza, con distaccamenti pronti all’allarme in Romania, Polonia e negli Stati baltici. Una capacità di questo tipo, puramente defensiva, ridurrebbe anche l’interesse del Cremlino a utilizzare le incursioni di drone come strumento per testare le linee rosse della NATO.
Il commento di GrNet.it
Tremila drone a propulsione jet al mese: è la stima dei servizi ucraini sulla produzione russa di Geran-3 e Geran-4 citata nell’analisi, e basta questo numero per capire perché non regga l’attuale prassi di intercettarli con Eurofighter ed F-35. L’Aeronautica italiana ha già abbattuto un drone non identificato sui cieli lituani nel settembre 2026, episodio che mostra come anche velivoli di quarta e quinta generazione vengano oggi impiegati per compiti che ne consumano vita utile e scorte di missili costosi. La proposta di uno squadrone dedicato su L-39NG, un tipo che l’Italia conosce indirettamente attraverso la parentela con l’M-346A prodotto da Leonardo, apre una prospettiva industriale non trascurabile per un eventuale contributo nazionale a un’iniziativa multinazionale. Resta da capire se Roma sia disposta a destinare risorse e piloti a una capacità puramente defensiva, meno visibile politicamente di uno squadrone da caccia, ma potenzialmente più utile nel prossimo futuro per la difesa aerea di prossimità.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 22 settembre 2026




