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Dazi Trump, l’incertezza commerciale diventa la nuova normalità

Il 24 luglio l’amministrazione Trump ha imposto nuovi dazi su 60 economie, con un’aliquota minima del 10-12 per cento giustificata da un’indagine sul lavoro forzato che coinvolge, oltre a 59 paesi, anche l’Unione europea. Lo ricostruisce un’analisi di Chatham House, secondo cui questi provvedimenti si aggiungono a misure precedenti, spingendo il tasso tariffario effettivo statunitense a un livello stimato dal Financial Times all’10,8 per cento, con punte molto più alte per alcuni partner commerciali.

Il mese di luglio ha segnato una svolta procedurale: sono scaduti i dazi temporanei imposti a febbraio 2026 sotto la sezione 122 del Trade Act del 1974, adottati dopo che la Corte Suprema aveva bocciato l’impianto originario dei dazi del cosiddetto ‘Liberation Day’ dell’aprile 2025. Per colmare il vuoto, l’amministrazione ha attivato una serie di indagini ai sensi della sezione 301 dello stesso Trade Act, che consente di tassare i paesi ritenuti responsabili di pratiche commerciali sleali verso gli Stati Uniti.

Il rapporto elenca casi concreti: dazi del 50 per cento su alcuni beni canadesi, imposti richiamando la sezione 338 del Smoot-Hawley Act del 1930; una tariffa del 25 per cento su prodotti brasiliani, percepita da molti osservatori a Brasilia come politicamente motivata in vista delle elezioni; dazi fino al 100 per cento su farmaci di alcune aziende, giustificati con motivazioni di sicurezza nazionale; un’indagine sezione 301 contro l’industria farmaceutica tedesca, in risposta alle politiche di contenimento della spesa sanitaria di Berlino.

Sul fronte cinese, gli Stati Uniti hanno applicato dazi del 12,5 per cento legati al lavoro forzato e vietato l’importazione di robot umanoidi di produzione cinese, mentre Pechino continua a rafforzare il controllo sui flussi di minerali critici. Gli incontri tra funzionari dei due paesi, osserva l’analisi, non hanno prodotto progressi su commercio agricolo o sul previsto Board of Trade per gestire i rapporti bilaterali: l’ex negoziatrice statunitense Wendy Cutler è citata mentre afferma che mantenere in piedi la tregua commerciale è diventato l’obiettivo principale.

Le nuove tariffe coprono circa metà dei beni importati negli Stati Uniti, con un sistema di esenzioni che il rapporto definisce opaco: un audit dell’Office of Inspector General del Dipartimento del Commercio aveva già segnalato, riferendosi al primo mandato Trump, il rischio di ‘apparenza di influenza improria’ nelle decisioni di esclusione tariffaria. Un’inchiesta del New York Times ha solllevato dubbi analoghi sulle esenzioni concesse a luglio, comprese quelle su beni come i diamanti.

Sul piano istituzionale, il senatore democratico Ron Wyden ha proposto una legge per restituire al Congresso il controllo sulla politica commerciale, ma senza prospettive concrete di approvazione. Contemporaneamente, un disegno di legge che amplia i poteri tariffari del presidente contro la Russia, con dazi fino al 100 per cento sui principali importatori di petrolio russo, avanza al Senato con ampio sostegno bipartisan: Wyden è stato uno dei soli dieci democratici contrari. Le nuove tariffe sono già contestate in tribunale, anche da 25 stati americani, ma secondo l’analisi l’amministrazione punta a introdurre nuovi dazi più rapidamente di quanto i tribunali possano annullare quelli vecchi.

Il commento di GrNet.it

Un’azienda europea che esporta farmaci o componenti verso gli Stati Uniti oggi non sa quale aliquota pagherà tra sei mesi, né su quale base giuridica: è questa la scena concreta che l’analisi di Chatham House restituisce, fatta di indagini sezione 301 che si sovrappongono, esenzioni opache e tribunali rincorsi da nuovi provvedimenti. Per l’industria italiana, in particolare i comparti farmaceutico e manifatturistico, la lezione non riguarda tanto l’aliquota del momento quanto la struttura stessa del rischio: pianificare investimenti diventa difficile quando la variabile tariffaria cambia con la stessa velocità delle priorità politiche di Washington. Il fatto che il Congresso, pur diviso, converga invece su un rafforzamento dei poteri presidenziali contro la Russia mostra che l’incertezza non è un effetto collaterale ma un tratto strutturale della fase attuale della politica commerciale americana. Per Roma e per Bruxelles, che restano tra i soggetti coinvolti nelle indagini su lavoro forzato e protezionismo digitale, la domanda operativa è se convenga negoziare esenzioni caso per caso o insistere su una risposta europea coordinata, sapendo che la seconda strada richiede tempi che la Casa Bianca non sembra disposta a concedere.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 7 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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