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Somaliland punta sulla crisi del Mar Rosso per ottenere il riconoscimento USA

Dal 1991, anno della secessione unilaterale da Mogadiscio, Somaliland rivendica una statualità che nessun governo al mondo ha mai riconosciuto, se non Israele lo scorso dicembre. Un’analisi di Dan M. Ford pubblicata su Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, ricostruisce come il presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi, detto Irro, abbia sfruttato la settimana di visita a Washington per rilanciare la richiesta di riconoscimento americano, approfittando dei sussulti geopolitici ed economici innescati dalla guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti.

Il 14 settembre Irro è intervenuto all’Hudson Institute, sostenendo che i tre decenni e mezzo di autogoverno sicuro del suo paese giustificano il riconoscimento, e offrendo accesso a risorse minerarie critiche che, per sua stessa ammissione, non è in grado di quantificare da geologo. L’apertura di Israele di dicembre 2025, primo governo a riconoscere Somaliland, avrebbe secondo alcune fonti anticipato un’intesa di sicurezza con possibile accesso militare israeliano al territorio, circostanza che Hargeisa nega essere stata concordata come contropartita.

La posizione geografica di Somaliland ne accresce il peso negoziale: 530 miglia di costa sul Golfo di Aden, affacciate sullo stretto di Bab el-Mandeb, in un momento in cui i ribelli Houthi, alleati di Teheran, controllano porzioni crescenti della costa yemenita. La conquista del porto di Mocha nelle scorse settimane rafforza la capacità del gruppo di colpire il traffico marittimo, mentre Berbera, principale motore economico somalilandese, resta esposta ad attacchi provenienti dalla sponda yemenita.

Secondo l’articolo, l’Iran potrebbe replicare nello stretto di Bab el-Mandeb la strategia già adottata a Hormuz, bloccando entrambi i passaggi per aggravare lo shock globale sulle forniture, energetiche in primis, e costringere Washington e Israele a negoziare la fine del conflitto.

La prova di Irro all’Hudson Institute è però descritta come incerta: il presidente, 70 anni, avrebbe riso in modo incontrollato per gran parte dell’intervento e ha paragonato il Sudan confinante al Venezuela, definendolo troppo lontano per esprimere un giudizio, nonostante i due paesi distino circa 460 miglia. Cameron Hudson, ex funzionario dell’intelligence statunitense per l’Africa, ha commentato su X che il leader ha danneggiato la propria causa mostrandosi impreparato su temi decisivi per il futuro del paese.

Nella stessa settimana Irro ha incontrato parlamentari bipartisan, tra cui il senatore Ted Cruz e i deputati John Rose e John Moolenaar, oltre a rappresentanti dell’ambasciata israeliana a Washington. L’amministrazione Trump, ricorda l’articolo, aveva già valutato l’anno scorso l’offerta di una base militare statunitense sulla costa somalilandese in cambio del riconoscimento, salvo poi frenare per non compromettere i rapporti con Mogadiscio, partner chiave nella lotta al gruppo affiliato ad al-Qaeda al-Shabaab, e con l’ampia rete di paesi legati alla Somalia tramite Unione Africana e Lega Araba.

Resta comunque una presenza militare americana in espansione nella regione, con l’invio di personale nel confinante Puntland. Irro, dal canto suo, ha rilanciato l’offerta di una base militare e persino la proposta di intitolare l’aeroporto di Berbera al presidente Trump, segnale di quanto Hargeisa sia disposta a spingersi pur di trasformare la crisi regionale in un’occasione di riconoscimento.

Il commento di GrNet.it

Conviene davvero a Washington riconoscere uno stato che Mogadiscio, l’Unione Africana e la Lega Araba considerano parte della Somalia? Sul piano operativo la risposta resta aperta: un accesso militare a Berbera avrebbe valore concreto solo se la sicurezza del Bab el-Mandeb continuasse a deteriorarsi, ma il prezzo politico verso il principale partner nella lotta ad al-Shabaab non è trascurabile. Per la Marina Militare italiana, che opera nell’area con compiti di scorta e sorveglianza legati al traffico mercantile diretto a Suez, ogni ricomposizione degli equilibri nel Corno d’Africa merita osservazione attenta, indipendentemente dagli sviluppi diplomatici statunitensi. L’analisi mostra bene la dimensione economica della crisi, meno la sua ricaduta su chi, come l’Italia, dipende in modo diretto dalla continuità del traffico attraverso quello stretto.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 23 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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