Patto della Mecca, perché Islamabad non è vincolata a un intervento automatico in Yemen

Nell’agosto scorso Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato il Patto di Mecca, presentato come l’apertura di una nuova fase di cooperazione nella sicurezza regionale. Nei primi giorni di settembre gli Houthi hanno lanciato una nuova offensiva per estendere il controllo sul territorio yemenita e stringere la presa sullo stretto di Bab el-Mandeb, snodo che collega il Canale di Suez e il Mar Rosso all’Oceano Indiano, colpendo poi più volte con drone e missili infrastrutture militari ed energetiche saudite. È su questo sfondo che Qamar Cheema, su Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, esamina se il patto imponga a Islamabad un intervento diretto nel conflitto.
Secondo l’autore, sia chi dubita della credibilità del patto sia chi lo ritiene ancora non operativo interpretano male la sua natura. Il Patto di Mecca stabilisce che un attacco a un membro equivale a un attacco a tutti, ma questo non implica che ogni drone o missile lanciato contro l’Arabia Saudita faccia automaticamente entrare Pakistan o Turchia nel conflitto. Il parallelo con la NATO è diretto: l’Articolo 5 richiede «assistenza», non necessariamente un’azione militare diretta immediata, e le ripetute incursioni di drone russi nello spazio NATO non hanno mai fatto scattare la clausola.
Riyadh, del resto, non ha finora invocato pubblicamente il patto, segnale che l’alleanza è pensata per garantire sicurezza collettiva senza scaricare sugli altri membri la responsabilità primaria della propria difesa, evitando così il rischio di comportamenti da free-rider. Con più conflitti sovrapposti già attivi in Medio Oriente, l’interesse comune è impedire che ogni attacco limitato diventi il meccanismo automatico per trascinare l’intera alleanza in un conflitto più ampio: da qui una logica di coinvolgimento graduale.
Il ministro della Difesa pakistano ha comunque ribadito l’impegno: «Siamo vincolati dai termini e dalle condizioni di questo patto e li onoreremo se ce ne fosse bisogno». Cheema sottolinea che la risposta pakistana non va letta in termini binari di intervento o non intervento, ma come funzione di soglie che determinano forma e intensità dell’assistenza, dalla diplomazia — Islamabad è tra i pochi soggetti capaci di esercitare pressione su Teheran per contenere gli Houthi — al supporto logistico, di intelligence e di difesa aerea, fino a un eventuale coinvolgimento diretto.
Pakistan mantiene deliberatamente l’ambiguità sulle proprie soglie operative, scelta che rafforza la deterrenza rendendo più difficile per un avversario calibrare la propria strategia su una reazione prevedibile. Sul terreno, Islamabad ha già una presenza multiruolo in Arabia Saudita, con almeno 8.000 militari e 16 aerei, e un portavoce militare ha dichiarato che il Pakistan andrà «fino a qualsiasi estensione» per difendere il regno. Trattandosi però di un’alleanza difensiva e non di una forza di spedizione, e non avendo gli Houthi generato finora una pressione operativa tale da richiedere un ruolo di combattimento diretto — Riyadh dispone di una aviazione con F-15 capace di ripetere la campagna 2015-2022 — Islamabad non ha motivo di assumere compiti di attacco in Yemen.
Lo scenario cambierebbe con un’offensiva terrestre Houthi su larga scala in territorio saudita, ipotesi che l’autore considera poco razionale dal punto di vista militare. Resta più complessa la questione di Bab el-Mandeb: Pakistan ha interesse alla libertà di navigazione ma non dispone della capacità navale per un’operazione autonoma, e potrebbe partecipare solo nel quadro di una coalizione internazionale più ampia. Il rischio di escalation resta comunque concreto, come mostra la rivendicazione saudita di aver abbattuto un drone Houthi vicino alla Mecca: il ministro della Difesa Khawaja Asif ha definito qualsiasi attacco alle città sante una «linea rossa» che provocherebbe una risposta pakistana anche in assenza di un accordo di mutua difesa.
Il commento di GrNet.it
L’ambiguità strategica descritta nell’analisi non è un vuoto dottrinale ma una scelta operativa precisa, coerente con la logica di deterrenza per soglie che si ritrova in molte alleanze regionali, incluso il fianco sud della NATO. Un ministero della Difesa che dichiara pubblicamente l’impegno ma lascia indeterminate le modalità di risposta sta comunicando due messaggi diversi, uno agli alleati e uno agli avversari, e questo doppio registro merita attenzione quando si valutano annunci simili nel Mediterraneo orientale. Resta da capire quanto la capacità aerea saudita, testata nella campagna 2015-2022, sia oggi sufficiente da sola a contenere una minaccia missilistica e drone che si è evoluta nel tempo, senza che il ricorso a Islamabad diventi una necessità più che un’opzione. La distinzione tra assistenza dichiarata e intervento effettivo, del resto, è la stessa su cui si misurano da anni le clausole di mutua difesa più solide, e non sempre la teoria coincide con la prassi quando la pressione militare cresce davvero.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 21 settembre 2026




