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Il dilemma saudita tra guerra all’Iran e nuovo fronte yemenita

«Tehran appears to seek to raise the global cost of the American campaign—while again overestimating Riyadh’s ability to press Washington for de-escalation»: così l’analisi di Cinzia Bianco per lo European Council on Foreign Relations (ECFR) descrive il calcolo iraniano dietro l’escalation nello Yemen, che potrebbe ridefinire la fase successiva del conflitto tra Stati Uniti e Iran, spostandone il baricentro dal Golfo al Mar Rosso.

Dall’inizio della guerra, a febbraio, l’Arabia Saudita ha mantenuto canali aperti con Teheran e ha spinto Washington verso la de-escalation, cercando di evitare un coinvolgimento diretto. Questa cautela ha permesso a Riyadh di preservare, con successo parziale, l’esclusione dalle ritorsioni iraniane che invece hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti, apertamente schierati con la campagna americana. La stessa linea ha sostenuto una tregua fragile con gli Houthi.

La strategia ha avuto anche un beneficio economico: con lo Stretto di Hormuz chiuso, il greggio saudita ha continuato a fluire verso i mercati asiatici tramite l’oleodotto East-West, da Eastern Province a Yanbu sul Mar Rosso. Una rotta che copre solo una frazione dei volumi in tempo di pace, ma che ha garantito una via di respiro economico e alleggerito la pressione sui mercati globali.

L’equilibrio si è incrinato dopo che forze sostenute dall’Arabia Saudita hanno colpito la pista dell’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di velivoli iraniani, sostenendo di applicare un embargo aereo sulle forniture militari. Gli Houthi hanno risposto con missili balistici e droni contro il sud del Regno, ponendo fine a una tregua che durava da quattro anni. Secondo il rapporto, l’Iran avrebbe chiesto agli Houthi di prepararsi a chiudere Bab al-Mandab e avrebbe minacciato direttamente l’oleodotto East-West, proclamando una dottrina definita «porto contro porto», che rende bersaglio ogni infrastruttura del Golfo che ospiti operazioni americane.

Riyadh si trova ora davanti a due strade. Se gli Houthi non riusciranno a danneggiare in modo significativo Yanbu e l’oleodotto, l’Arabia Saudita potrebbe cercare un nuovo accordo di esclusione con il gruppo e con Teheran, scambiando l’immunità delle proprie infrastrutture con restrizioni al rifornimento di velivoli americani e al supporto di intelligence. Se invece l’escalation proseguisse, Riyadh potrebbe concludere che la diplomazia sta diventando uno strumento della propria stessa strangolazione economica, e virare verso un riavvicinamento alla campagna americana contro l’Iran, riaprendo contestualmente il conflitto contro gli Houthi in coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti, con cui condivide ora, dopo la rottura pubblica sul dossier yemenita, un interesse comune.

Gli autori avvertono che una simile escalation costituirebbe una scommessa enorme per tutte le parti coinvolte, capace di riaccendere la guerra civile yemenita. Per l’Europa, gli interessi in gioco riguardano soprattutto la rotta di Suez: una chiusura prolungata di Bab al-Mandab aumenterebbe i costi energetici e di trasporto marittimo. L’ECFR raccomanda di ampliare il mandato dell’operazione Aspides includendo attività di sminamento, ma sottolinea che gli strumenti navali ed economici devono sostenere, non sostituire, gli sforzi diplomatici attraverso mediatori come Pakistan, Qatar e soprattutto Oman.

Il commento di GrNet.it

Quattro anni di tregua interrotti in pochi giorni da un attacco alla pista di Sana’a mostrano quanto sia sottile il margine su cui si regge la strategia di non belligeranza saudita. L’elemento che un osservatore militare coglie subito è la vulnerabilità strutturale dell’oleodotto East-West: un’unica linea di continuità economica, facilmente designabile come bersaglio simbolico oltre che materiale. Se Riyadh dovesse abbandonare la cautela per riaprire il fronte yemenita, l’Arabia Saudita si troverebbe a condurre contemporaneamente un’operazione di terra contro un avversario mai realmente sconfitto e un allineamento più esplicito con una campagna americana dall’esito ancora indeterminato. Per l’Italia e per le missioni navali europee nel Mar Rosso, come Aspides, la prospettiva di un ampliamento del mandato verso lo sminamento andrebbe valutata proprio alla luce di questo scenario, non come misura tecnica isolata ma come possibile primo passo verso un impegno operativo più esteso.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 28 luglio 2026

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