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Corno d’Africa, la prossima crisi del Mar Rosso non parte da Sana’a

Secondo un’analisi pubblicata dallo European Council on Foreign Relations (ECFR), a firma di Corrado Čok, gli attacchi Houthi contro petroliere e impianti sauditi hanno riacceso le tensioni intorno a Bab el-Mandeb, ma il gruppo sostenuto dall’Iran non è più l’unica minaccia alla sicurezza del Mar Rosso. Nel Corno d’Africa, sostiene il rapporto, conflitti finora distinti si stanno saldando tra loro, alimentati dalla competizione di potenze regionali di secondo livello.

Il tempismo, osserva l’autore, è particolarmente sfavorevole. La guerra tra Stati Uniti e Iran ha mostrato la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, spingendo l’Arabia Saudita a spostare volumi crescenti di export petrolifero verso il Mar Rosso: tra aprile e maggio Riad ha esportato tra i tre e i quattro milioni di barili al giorno attraverso questa rotta, quasi il doppio rispetto ai volumi del 2024 via Bab el-Mandeb. Progetti come l’espansione dell’oleodotto East-West saudita o la proposta connessione tra Iraq e il porto giordano di Aqaba potrebbero accrescere ulteriormente il peso del corridoio.

Il rapporto descrive due fronti principali. Il primo riguarda la convergenza tra la guerra civile sudanese, che vede contrapposte le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), e la rivalità tra Etiopia ed Eritrea, quest’ultima alimentata dalla ricerca etiope di uno sbocco al mare attraverso il porto eritreo di Assab. Secondo fonti citate dall’ECFR, forze tigrine, SAF ed Eritrea coordinerebbero azioni nell’est del Sudan, mentre l’Etiopia avrebbe fornito assistenza alle RSF nello stato del Nilo Blu, in un’area di confine tripartito che tocca anche il Sud Sudan. Un’eventuale escalation trascinerebbe l’Egitto, allineato con SAF ed Eritrea e preoccupato per la Grande Diga della Rinascita Etiope.

Il secondo fronte è la Somalia settentrionale, dove dispute locali si intrecciano con rivalità mediorientali più ampie. Il rapporto ricorda il riconoscimento israeliano del Somaliland nel dicembre 2025 e i relativi accordi di sicurezza, cui Mogadiscio ha risposto rompendo i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti e avvicinandosi a Turchia, Arabia Saudita e Qatar. A marzo 2026 la proroga unilaterale dei mandati presidenziale e parlamentare da parte di Hassan Sheikh Mohamud ha innescato scontri a Mogadiscio il 3 e 4 giugno, mentre nella regione contesa di Sanaag, lungo il Golfo di Aden, si intrecciano le rivendicazioni di Somaliland, Puntland e governo federale, con la presenza turca a Lasqoray e velivoli legati agli Emirati segnalati nell’area.

A questo si aggiunge la recrudescenza della pirateria: tra aprile e maggio i pirati somali hanno dirottato tre navi nel Golfo di Aden, incluse due petroliere, più che nei cinque anni precedenti messi insieme, con la diffusione di droni a basso costo che abbassa la soglia d’ingresso per attori statali e non statali, come mostrano il primo attacco drone dello Stato Islamico in Somalia nel gennaio 2026 e l’uso ricognitivo da parte di al-Shabab.

Il rapporto raccomanda all’Unione europea di ampliare i mandati delle missioni navali Atalanta e Aspides includendo operazioni offensive contro al-Shabab e lo Stato Islamico, rassicurando al contempo Arabia Saudita e Gibuti sull’esclusione di azioni contro gli Houthi, di coinvolgere direttamente Somaliland e Puntland, coordinarsi con Stati Uniti e Regno Unito sulla mediazione elettorale somala e sulla crisi Etiopia-Eritrea, e di porre limiti espliciti al sostegno mediorientale a un’escalation nel Corno d’Africa.

Il commento di GrNet.it

L’analisi dell’ECFR non affronta un aspetto che riguarda direttamente le missioni navali europee già dispiegate: trasformare Atalanta e Aspides da missioni difensive a mandati con componente offensiva contro al-Shabab e Stato Islamico richiede regole d’ingaggio, intelligence e capacità di targeting che oggi quelle task force non possiedono nella stessa misura. Per la Marina Militare italiana, presente nell’area con assetti nazionali e nel quadro delle missioni UE, il salto non è solo politico ma addestrativo e logistico. Va inoltre considerato che un mandato più aggressivo verso attori non statali somali può comunque essere letto da Riad o Gibuti come un precedente pericoloso, indipendentemente dalle rassicurazioni verbali sugli Houthi. Resta poi il nodo della sostenibilità: l’Italia ha interessi diretti nel Corno d’Africa e nel traffico via Suez, ma un impegno navale più esteso implica risorse aggiuntive in un momento di pressione su più teatri, dal Mediterraneo orientale al fianco est.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 28 luglio 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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