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Riserve petrolifere in esaurimento: l’estate 2026 come orizzonte critico

Dalla chiusura dello Stretto di Hormuz nel febbraio 2026 a oggi, le riserve petrolifere mondiali si sono ridotte a un ritmo che, secondo un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI) a firma di David Roche, porterà nove delle principali economie mondiali a esaurire le proprie scorte utilizzabili entro la fine dell’estate. Non si tratta di un rincaro del greggio, fenomeno già in corso, ma di un’interruzione fisica della disponibilità: pompe vuote, non più costose.

Il calcolo di Roche parte da un deficit di fornitura stimato in 12 milioni di barili al giorno (bpd). Prima del conflitto, la produzione lorda del Medio Oriente ammontava a 25 milioni di bpd — cifra che include greggio, prodotti raffinati, bunker e altri derivati, e che supera il dato di 20 milioni di bpd comunemente citato, riferito ai soli esportatori di greggio. Al netto dei flussi ancora attivi attraverso i gasdotti di Yanbu in Arabia Saudita e di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, e tenendo conto di nuove forniture alternative e di una riduzione della domanda globale pari al 2,5%, il deficit residuo si attesta appunto a 12 milioni di bpd. Questo dato è coerente, si precisa nel testo, con i movimenti di inventario pubblicati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE).

Un elemento metodologico rilevante riguarda la composizione qualitativa delle riserve. Non è sufficiente misurarne il volume complessivo: se una raffineria necessita di due tipi di greggio — pesante e leggero — in proporzioni equilibrate, ma le scorte disponibili sono sbilanciate verso uno solo dei due, il limite operativo viene raggiunto molto prima dell’esaurimento nominale. Applicando questo concetto di «riserve utilizzabili», il modello individua sette economie già prossime o oltre la soglia critica nel mese di luglio.

Gli Stati Uniti presentano un profilo distinto. Con una produzione interna di 13 milioni di bpd e importazioni di 2,25 milioni di bpd, il consumo domestico di 16 milioni di bpd lascia un deficit netto di circa 1 milione di bpd: un grado elevato di autonomia energetica. Tuttavia, le esportazioni verso Unione Europea e Asia ammontano a 4,2 milioni di bpd, portando il tasso di deplezione giornaliero delle riserve a 5,2 milioni di bpd. A questo ritmo, Washington raggiungerebbe il proprio limite critico a settembre 2026.

Il nodo geopolitico centrale riguarda le scelte di allocazione delle riserve americane. Il rapporto registra che l’amministrazione Trump avrebbe ragioni strategiche per cedere scorte al Giappone e alla Corea del Sud — quest’ultima fornitrice di cherosene per aviazione alle forze aeree statunitensi — ma non altrettante verso l’Unione Europea. Se Washington interrompesse le esportazioni verso Bruxelles, l’UE si troverebbe esposta su tre fronti simultanei: assenza di petrolio, scorte di gas naturale liquefatto (GNL) al 34% del livello atteso, e un possibile ridimensionamento degli impegni materiali americani in ambito NATO.

L’analisi individua due sole assunzioni critiche che potrebbero invalidare lo scenario: un calo della domanda superiore al 2,5% prima di metà estate — il che implicherebbe comunque una recessione — oppure la riapertura del Golfo. In quest’ultimo caso, circa 75 superpetroliere (VLCC) attualmente bloccate libererebbero un volume equivalente a sette giorni di produzione normale del Golfo, pari a 1,5 giorni di consumo globale. La ripresa piena dipenderebbe poi dalla velocità di riattivazione della produzione e dalla disponibilità degli armatori a riprendere la navigazione in condizioni di sicurezza accettabili.

Un ufficiale con esperienza logistica è consapevole della domanda che Roche lascia aperta nell’ultima riga: le forze armate dispongono di carburante sufficiente per operare in uno scenario di crisi prolungata? La NATO ha standard di riserva per i carburanti operativi, ma questi sono calibrati su conflitti convenzionali di durata limitata, non su un’interruzione strutturale dell’approvvigionamento civile e militare simultanea. Il dato sul GNL europeo al 34% del livello atteso merita attenzione separata: le centrali elettriche che alimentano infrastrutture critiche — porti, aeroporti, depositi — dipendono in misura crescente dal gas, e un doppio shock petrolio-gas comprime i margini operativi delle forze schierate sul fianco est. La distinzione tra ciò che il modello calcola su dati AIE verificabili e ciò che dipende da variabili politiche non quantificabili — le scelte di Washington sull’allocazione delle riserve — è la frattura analitica più onesta del testo, e anche la più difficile da gestire in sede di pianificazione.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 8 giugno 2026

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