Groenlandia, l’intesa tra Danimarca e Stati Uniti letta come vittoria della diplomazia

Secondo un commento di Chatham House pubblicato il 24 settembre 2026, l’accordo annunciato il 22 settembre chiude la controversia sulla Groenlandia senza che la Danimarca o il governo groenlandese cedano molto. L’autore lo presenta come un caso di diplomazia classica che ha avuto la meglio sulla pressione coercitiva di Washington, e ne ricava sei passaggi replicabili da altri Stati.
Il testo si innesta sull’intesa del 1951, emendata nel 2004 e priva di scadenza. Già prima della disputa Copenaghen si era detta disposta adaumentare il numero delle basi statunitensi sull’isola e a ampliarne l’accesso, misure che quel quadro consentiva. La novità sostanziale è l’impegno di Danimarca e Groenlandia a respingere investimenti rilevanti da parte di Paesi esterni a Unione europea e NATO che offrano un punto d’appoggio in aree artiche strategiche. Anche su questo, nota il commento, gli Stati Uniti spingevano su una porta aperta.
L’unico cambiamento di rilievo riguarda la permanenza dell’assetto: il nuovo testo prevede che la Groenlandia resti nella NATO e continui a rispettare l’accordo anche se scegliesse l’indipendenza. Inserirlo in un documento cofirmato da Nuuk ha rimosso l’ostacolo della richiesta del presidente Donald Trump di avere la sovranità su tutta l’isola, o almeno sulle aree delle basi.
Il primo passaggio descritto riguarda l’isolamento di chi esercita la pressione. A gennaio Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti dovevano «possedere» la Groenlandia per impedirne la presa da parte di Russia o Cina, evocando anche l’opzione militare. Pochi giorni prima, osserva l’autore, i Paesi europei e della NATO non avevano contestato pubblicamente l’intervento armato americano in Venezuela. Sulla Groenlandia, invece, Copenaghen poteva sostenere che era in gioco l’integrità territoriale danese e la sicurezza dell’Europa occidentale. Gli alleati respinsero all’unanimità la richiesta e inviarono sull’isola una missione di difesa europea, presentata come ordinaria.
Il secondo e il terzo passaggio sono di natura giuridica e reputazionale. La Danimarca disponeva di un capitale di soft power costruito in decenni di attenzione al Sud globale e al diritto internazionale, e non era esposta all’accusa di eredità coloniale: nel 1954 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva stabilito che la Groenlandia aveva scelto liberamente di integrarsi nello Stato danese, nel 1979 era arrivata l’autonomia interna e nel 2009 un ampio autogoverno con diritto esplicito all’autodeterminazione. Quanto al titolo di sovranità, il commento ricorda la dichiarazione del segretario di Stato Robert Lansing del 1916 e la formula con cui gli Stati Uniti assunsero la difesa dell’isola durante l’occupazione tedesca della Danimarca. Anche l’accordo del 2026 riafferma la sovranità danese e il diritto groenlandese all’autodeterminazione.
Il quarto passaggio è la riduzione della temperatura. Copenaghen evitò lo scontro davanti alle telecamere, tenendo presente l’esperienza di Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale nel 2025, e inviò a Washington il ministro degli Esteri Lars Lokke Rasmussen, che per protocollo avrebbe incontrato il segretario di Stato Marco Rubio. Il vicepresidente JD Vance tentò di guidare l’incontro e di spostarlo alla Casa Bianca, ma Rasmussen insistette sugli interessi comuni nell’Artico, senza arretrare su sovranità e diritti dei groenlandesi. Dopo un presunto passo avanti a Davos, a gennaio 2026, il confronto passò a riunioni tecniche riservate.
Il quinto passaggio consiste nel trattare sugli interessi e non sulle posizioni. A Davos il segretario generale della NATO Mark Rutte aveva proposto agli Stati Uniti la sovranità almeno sulle aree delle loro basi; Trump accettò e ritirò la minaccia di invasione. Né Danimarca né Groenlandia erano parte di quella proposta, difficile da far approvare dai rispettivi parlamenti. Nei colloqui tecnici si passò dalla pretesa di sovranità a ciò che Washington cercava davvero: un assetto permanente a tutela dei propri interessi.
L’ultimo passaggio è la generosità nel successo. La premier Mette Frederiksen ha parlato di un’intesa che può «durare per sempre», in linea con la lettura di Trump di un risultato stabile quanto un trasferimento di sovranità. Per l’autore, rispetto alla posizione iniziale del presidente, secondo cui il controllo dell’isola era una «necessità assoluta», l’accordo è una vittoria della diplomazia danese e dell’unità tra Stati NATO e membri dell’Unione europea.
Il commento di GrNet.it
Che cosa resta di una vittoria diplomatica se il testo che la sancisce consegna a Washington un accesso ampliato che Copenaghen era già pronta a concedere? Resta il punto politico, cioè l’uscita dalla richiesta di sovranità, ma il commento non dice quanto pesi, in termini operativi, l’aumento delle basi né come sarà verificata la clausola sugli investimenti esterni. Per chi ha lavorato su accordi bilaterali di stazionamento, il metodo descritto è istruttivo: portare la trattativa fuori dalle telecamere e dentro tavoli tecnici riduce il rischio di irrigidimenti. Resta da capire quanto sia trasferibile a casi in cui l’alleato europeo non disponga dello stesso capitale giuridico e reputazionale della Danimarca.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 24 settembre 2026






