Allarme estinzione dell’IA: distrazione utile per i giganti tech?

Il ricercatore Jacob Coxon, ex dipendente di Anthropic e OpenAI diventato informatore, ha scritto su X che le aziende di intelligenza artificiale stanno correndo dritte verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, definendo questa corsa una scommessa sulla vita di tutti. Lo ricostruisce un’analisi del Quincy Institute pubblicata su Responsible Statecraft, a firma di Alex Jordan, nell’ultimo episodio del podcast Always at War.
Secondo Coxon, l’intelligenza artificiale «potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio». Le sue parole hanno trovato un riscontro sorprendente in Evan Hubinger, ricercatore di Anthropic, che ha dichiarato di ritenere superiore al dieci per cento la probabilità che l’IA elimini l’intera umanità nel prossimo decennio.
Dichiarazioni di questo tenore hanno alimentato una settimana di titoli allarmistici su stampa e televisione statunitensi. L’autore si chiede però se il panico sia davvero giustificato, o se non nasconda logiche diverse da quelle dichiarate.
L’analisi individua una contraddizione di fondo: nello stesso momento in cui gli amministratori delegati delle grandi aziende di IA prevedono la fine dell’umanità per mano della propria tecnologia, collaborano attivamente con il Pentagono per sviluppare sistemi d’arma, ampliano l’infrastruttura di sorveglianza e chiedono ai legislatori di eliminare vincoli normativi, comprese le leggi antitrust che limiterebbero il potere delle loro società.
Il paradosso si spinge oltre: figure come Sam Altman, Elon Musk e Dario Amodei sostengono che l’unico modo per scongiurar il rischio esistenziale sia liberare le aziende di IA dal vincolo delle regole, così da poter usare la stessa tecnologia per vincere un eventuale confronto con la Cina. L’argomento, osserva l’autore, si presta a una lettura opposta a quella dichiarata: meno regole, più margine operativo per il settore.
Il pezzo richiama poi i danni concreti già in atto, distinti dagli scenari ipotetici di estinzione: l’uso di sistemi di intelligenza artificiale per individuare e colpire civili a Gaza e in Iran, la crescita delle tecnologie di sorveglianza sul territorio statunitense e, secondo un rapporto di Human Rights Watch citato nell’articolo, una deriva pericolosa verso sistemi d’arma pienamente autonomi.
La conclusione dell’autore è che questi rischi, documentati e già in corso, meritino la stessa attenzione mediatica riservata agli scenari apocalittici di lungo periodo. Il podcast Always at War invita a distinguere tra ciò che è pericolo reale e presente e ciò che, nella retorica del settore, funziona da cortina fumogena rispetto alle richieste di deregolamentazione avanzate dalle stesse aziende che lanciano l’allarme.
Il commento di GrNet.it
Il discorso di congedo di Eisenhower del 1961, con il suo monito sul complesso militare-industriale capace di alimentare le proprie paure per giustificare la propria espansione, resta la chiave dottrinale più pertinente per leggere il caso descritto da Alex Jordan. Le aziende che paventano l’estinzione dell’umanità sono le stesse che lavorano con il Pentagono e chiedono meno vincoli antitrust: uno schema non nuovo, ma che nel campo dell’IA militare assume una scala inedita. Per un osservatore con esperienza in ambito difesa, l’aspetto più concreto non è la profezia sul 2030, ma l’uso già documentato di questi sistemi in teatri operativi come Gaza e Iran, dove l’automazione del bersaglio è un dato di fatto, non un’ipotesi. Vale la pena distinguere, anche nel dibattito italiano sull’acquisizione di sistemi a supporto decisionale basati su IA, tra il rischio dichiarato dalle aziende produttrici e quello effettivamente riscontrato sul campo. La cautela normativa, in questo senso, non è un ostacolo all’innovazione ma una condizione per governarla.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 settembre 2026




