Perché i raid ucraini in profondità rischiano di rafforzare i falchi del Cremlino

Colpire il territorio russo in profondità basta a spingere Vladimir Putin al tavolo negoziale? La risposta che offre Matthew Blackburn su Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, è negativa: la campagna di attacchi ucraini a lunga gittata, avviata da Volodymyr Zelensky per costringere Mosca a chiudere la guerra, rischia di produrre l’effetto opposto a quello sperato da Kyiv, dagli Stati europei della NATO e dalla stessa amministrazione Trump.
La strategia occidentale, sostenuta anche da dichiarazioni recenti del presidente Trump e del segretario di Stato Marco Rubio, si fonda su un calcolo lineare: più aumentano i costi della guerra, più cresce il malcontento interno, fino a costringere il Cremlino a negoziare. Per una parte della società russa questo meccanismo funziona davvero: secondo dati del sondaggista indipendente Chronicles, un terzo dei russi (29,8 per cento) interpreta la guerra in termini strumentali, come difesa della sovranità o contenimento della NATO, e per questa componente i costi crescenti alimentano il sostegno a un negoziato. Un altro terzo (31,4 per cento) non ha una posizione definita.
Esiste però una minoranza, circa un quarto degli intervistati secondo la stessa fonte, che legge il conflitto in termini morali, come scontro esistenziale per la giustizia storica o la civiltà russa. Per questo gruppo, ogni attacco al territorio nazionale non produce stanchezza ma richieste di rappresaglia. L’autore cita, a titolo esemplificativo del tono di questa componente, l’intervento dell’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, che ha indicato come esito auspicabile la conquista di Kyiv e Odessa, il collasso dell’Unione europea e l’uso della minaccia nucleare contro l’Occidente.
Blackburn osserva che lo spazio informativo russo amplifica questa componente minoritaria: dal 2022 lo Stato ha aperto decine di migliaia di procedimenti amministrativi per «discredito delle forze armate» e centinaia di procedimenti penali per diffusione di «informazioni false», colpendo soprattutto chi propone un’uscita negoziale, come i membri del partito Yabloko. Le posizioni favorevoli all’escalation, al contrario, si esprimono nel linguaggio stesso del regime e risultano più difficili da reprimere senza alienare la base più oltranzista di Putin.
Un documento dell’Amministrazione presidenziale del febbraio 2026, diffuso dal Dossier Center, avrebbe già segnalato al Cremlino il rischio di una «vittoria di Pirro» e ipotizzato un «disgelo controllato» verso la maggioranza stanca della guerra, accompagnato dalla repressione mirata della minoranza più radicale. Per l’autore, Putin resta quindi intrappolato tra una maggioranza silenziosa esausta e una minoranza rumorosa che bolla ogni compromesso come tradimento, e la campagna di attacchi in profondità rende più difficile presentare la fine della guerra come una vittoria.
La conclusione dell’analisi non nega l’utilità militare dei raid ucraini, che danneggiano asset bellici, infrastrutture energetiche e logistica russa. Ma avverte i decisori occidentali di non confondere l’erosione del consenso a Putin con la costruzione di una domanda di pace: la pressione volta a indebolire il Cremlino potrebbe finire per rafforzare proprio la componente più determinata a respingere qualunque intesa che non sia la vittoria totale.
Il commento di GrNet.it
La dottrina sovietica prima e russa poi ha sempre distinto tra mobilitazione strumentale del consenso e mobilitazione ideologica, e questa analisi rende bene quella frattura applicata alla guerra in Ucraina. Per un osservatore con esperienza di pianificazione operativa, il punto debole del ragionamento occidentale è tipico delle campagne di pressione a distanza: si misura l’effetto sul bersaglio materiale, non sull’equilibrio politico interno che quel bersaglio deve gestire. Vale la pena ricordare che campagne di bombardamento strategico pensate per fiaccare il morale hanno prodotto, in più casi storici, l’effetto opposto di irrigidire il fronte interno. Per l’Italia, che partecipa alla filiera di sostegno a Kyiv anche in termini di intelligence e capacità abilitanti, la lezione è che la pianificazione degli effetti strategici non può ignorare la struttura sociale del bersaglio, pena il rischio di alimentare proprio l’ala più oltranzista che si vorrebbe indebolire.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 23 luglio 2026




