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Iraq, il nuovo premier al-Zaidi e la sfida delle milizie fuori controllo

Maggio 2026: Muqtada al-Sadr annuncia che il suo gruppo armato Saraya al-Salam è pronto a integrarsi nelle forze statali irachene. Pochi giorni dopo, Qais al-Khazali, capo di Asaib Ahl al-Haq e storico alleato di Teheran, lancia un segnale analogo. È in questo contesto che Chatham House esamina le possibilità e i limiti del nuovo governo guidato dal premier Ali al-Zaidi nel ricondurre sotto l’autorità di Baghdad le decine di gruppi armati riuniti sotto l’ombrello delle Forze di Mobilitazione Popolare (Popular Mobilization Forces, PMF).

Il conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran ha modificato i calcoli di molti leader delle PMF. Negli anni di relativa stabilità, diversi comandanti avevano acquisito seggi parlamentari, portafogli ministeriali e influenza nell’amministrazione pubblica: la partecipazione alle istituzioni era diventata più redditizia della resistenza permanente. Con l’Iraq trasformato in teatro di scontro diretto — milizie filo-iraniane rivendicano attacchi contro interessi statunitensi, mentre Washington e Tel Aviv colpiscono obiettivi sul territorio iracheno — quella stabilità è a rischio, e con essa i guadagni accumulati.

Non tutti i gruppi, però, seguono la stessa logica. Kataeb Hezbollah e Harakat Hezbollah al-Nujaba, più profondamente inseriti nel progetto regionale iraniano, hanno dichiarato apertamente che continueranno a combattere indipendentemente dalle direttive di Baghdad. La linea di frattura è netta: i gruppi con un interesse domestico nelle istituzioni irachene sono i più disponibili all’integrazione; quelli con una fedeltà primaria al progetto di Teheran hanno scarsi incentivi a subordinarsi al governo centrale.

La pressione esterna si aggiunge a quella interna. L’amministrazione Trump ha intensificato le richieste a Baghdad affinché eserciti un controllo effettivo sulle armi delle milizie, e Tom Barrack, nominato inviato speciale per l’Iraq, ha espresso sostegno pubblico al processo di integrazione. Washington ha inoltre continuato a imporre sanzioni a individui e istituzioni sospettati di facilitare l’influenza iraniana. Funzionari iracheni temono che l’inerzia possa tradursi in pressioni economiche più severe, comprese restrizioni all’accesso ai flussi in dollari essenziali per l’economia del paese.

Il nodo centrale, tuttavia, non è amministrativo ma strutturale. Il sistema politico iracheno funziona attraverso reti informali: le decisioni vengono prese nelle sedi di partito più che negli uffici governativi, e i funzionari rispondono spesso ai propri patroni politici o armati prima che ai superiori formali. Il precedente del Badr Corps, incorporato nelle istituzioni statali dopo il 2003 senza che ciò ne recidesse le lealtà preesistenti, illustra il problema con chiarezza.

Come ha detto un combattente iracheno agli autori dell’analisi: «Cos’è l’integrazione? Spostare il fucile dalla mano destra alla mano sinistra». L’incorporazione formale non trasferisce automaticamente l’autorità reale. La questione decisiva non riguarda le armi leggere, di cui l’Iraq è saturo, ma droni e razzi: finché i leader delle fazioni conserveranno queste capacità, potranno agire in modo autonomo rispetto allo stato. Senza un trasferimento effettivo del potere coercitivo a Baghdad, il processo rischia di ridursi a una riorganizzazione burocratica priva di sostanza.

Chi ha seguito i processi di DDR — disarmo, smobilitazione e reintegrazione — in contesti post-conflitto sa che l’integrazione formale di un’unità armata in una struttura statale raramente coincide con la dissoluzione delle sue catene di comando parallele. Il caso iracheno ricorda per certi versi l’esperienza libanese con Hezbollah: un’organizzazione che partecipa alle istituzioni mantenendo una struttura militare autonoma e una linea di finanziamento esterna. La variabile che potrebbe fare la differenza rispetto al passato è la pressione economica: se le restrizioni sui flussi in dollari dovessero concretizzarsi, i leader delle PMF con interessi commerciali e patrimoniali in Iraq avrebbero un incentivo tangibile — non solo retorico — a cedere capacità offensive. Resta da vedere se al-Zaidi disponga degli strumenti istituzionali per tradurre questa finestra in un cambiamento verificabile, o se la pressione si dissipi non appena il conflitto regionale allenti la sua intensità.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 9 giugno 2026

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