La rimozione del ministro della Difesa ucraino apre una crisi di controllo civile

Secondo un’analisi di Jack Watling, Senior Research Fellow del Royal United Services Institute, la rimozione del ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov non risolve una questione di fondo che riguarda il futuro modello di guerra dell’Ucraina e la natura del rapporto tra potere civile e militare nel paese. Presentata inizialmente dal presidente Volodymyr Zelensky come esito di uno scontro personale con il comandante in capo generale Oleksandr Syrsky, la vicenda ha innescato proteste diffuse nel paese.
Fedorov era arrivato al dicastero nel gennaio 2026 con un’esperienza consolidata: da vice primo ministro e ministro per la Trasformazione digitale aveva guidato l’espansione della produzione e dell’impiego di droni e la digitalizzazione delle forze armate. Insediatosi al ministero con un mandato parlamentare, aveva avviato un audit sulle 120 brigate ucraine, individuando che circa un sesto soffriva di una leadership carente e proponendo di consolidarle riallocando il personale verso unità meglio comandate ma croniche di uomini.
Un secondo asse riguardava la rotazione delle truppe: l’Ispettorato generale delle Forze armate raccomandava turni inferiori a 40 giorni, ma la mancanza di mezzi e di potenza di fuoco per garantire condizioni sicure lasciava i soldati sul fronte fino a 200 giorni consecutivi. Fedorov intendeva rafforzare i corpi d’armata assegnando loro unità stabili e collocate in aree contigue, superando la dispersione geografica delle brigate subordinate.
Il rapporto descrive un pattern di attrito crescente: alle direttive ministeriali di consolidamento, il generale Syrsky avrebbe risposto creando tre nuove brigate; alla richiesta di riorganizzare i corpi, avrebbe distribuito alcune delle migliori unità su estremi opposti del fronte. Il punto di rottura sarebbe arrivato quando il personale destinato a formazioni tecnologicamente innovative è stato invece assegnato al 425° Reggimento d’assalto, accusato di abusi sul proprio personale e descritto come orientato a tattiche ad alto costo umano.
Dal punto di vista di Syrsky, spiega Watling, il generale riteneva di difendere l’integrità della catena di comando contro un ministero che, con il pretesto della riforma, tentava di comandare direttamente le unità sul campo scavalcando lo Stato maggiore. Zelensky, tuttavia, non ha avallato la posizione di Syrsky sul merito delle riforme, confermando che il successore di Fedorov dovrà proseguirle, in particolare sulla riforma del sistema di coscrizione, giudicato inefficace nel convertire le reclute in effettivi da combattimento nonostante una base di popolazione adeguata.
Questo scarto, osserva l’autore, trasforma la vicenda da questione di personalità a questione di principio: se le Forze armate possono disattendere le direttive di un ministro nominato da presidente e Parlamento, si apre un interrogativo sulla premessa democratica dello sforzo bellico ucraino, richiamato alla Revolution of Dignity del 2014. Le proteste, nate in difesa di Fedorov, si sono rapidamente trasformate in richieste di rimozione di Syrsky. Il rapporto sottolinea che questa paralisi interna arriva mentre l’Ucraina aveva ottenuto pressione tattica su Mosca e si avvicina a un inverno difficile, con il rischio di una nuova mobilitazione russa.
Il commento di GrNet.it
Il nodo posto da Watling è semplice e non riguarda solo Kyiv: quando lo Stato maggiore può disattendere le direttive del potere politico senza conseguenze, il controllo civile sulle Forze armate diventa una formula sulla carta più che un principio operativo. È una tensione che ogni democrazia in guerra conosce, ma che in Ucraina si somma alla pressione della mobilitazione, della rotazione delle truppe e dell’innovazione tecnologica sul campo, tre variabili che difficilmente si conciliano se il vertice militare persegue una logica diversa da quella del dicastero. Per un osservatore italiano il caso interessa non tanto per l’esito della crisi, quanto per il precedente che stabilisce sul rapporto tra riforme di struttura della forza e comando operativo, un tema che riguarda anche la nostra pianificazione di lungo periodo. Resta da vedere se la società civile ucraina, che secondo Watling ha già svolto un ruolo simile nel 2014 e nel 2022, riuscirà a imporre una soluzione che rafforzi il primato della decisione politica senza compromettere la coesione del comando in un momento delicato del conflitto.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 20 luglio 2026



