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Medio Oriente dopo il conflitto: Chatham House interroga il nuovo assetto regionale

Il 9 luglio 2026, a poche settimane da uno scontro che ha riportato Iran e Israele al centro dell’agenda diplomatica occidentale, Londra ha ospitato un confronto tra diplomatici e accademici sul futuro dell’ordine regionale mediorientale. È in questo contesto che si colloca il panel della London Conference di Chatham House intitolato «Una regione in movimento: la nuova geopolitica del Medio Oriente».

Il dibattito, presieduto da Sanam Vakil, direttrice del Middle East and North Africa Programme dell’istituto londinese, ha riunito quattro voci con prospettive differenti: Majed al-Ansari, consigliere politico del primo ministro del Qatar e portavoce del ministero degli Esteri qatariota; Jean Aziz, consigliere politico del presidente della Repubblica libanese; l’ambasciatrice Barbara Leaf, ex assistente al segretario di Stato americano per gli Affari del Vicino Oriente; e Mohsen Milani, professore di scienze politiche all’Università del South Florida.

Al centro della discussione, secondo quanto riportato da Chatham House, tre nodi principali. Il primo riguarda le prossime mosse di Teheran dopo il confronto militare recente, con interrogativi sulla tenuta interna del sistema iraniano e sulle sue opzioni strategiche nella regione. Il secondo verte sulla possibilità che Israele consolidi una posizione di preminenza su scala regionale, sfruttando l’esito dello scontro per ridefinire i rapporti di forza con i vicini.

Il terzo tema affrontato dal panel riguarda la capacità degli Stati del Golfo di assorbire le conseguenze economiche e di sicurezza del conflitto appena concluso, un processo di recupero che i relatori hanno inquadrato come parte di una più ampia ridefinizione degli equilibri tra le monarchie del Golfo e gli attori non statali della regione.

Non meno rilevante, nella cornice del dibattito, la domanda sul destino del processo di pace a Gaza, con il rischio, discusso dai relatori, che il negoziato resti bloccato in una fase di stallo prolungato. La composizione del panel, con la presenza di Jean Aziz in rappresentanza della presidenza libanese, ha permesso di introdurre anche la prospettiva di Beirut, esposta alle ricadute dirette di ogni riassestamento degli equilibri tra Iran, Israele e gli attori regionali che operano sul suo territorio.

La partecipazione di Barbara Leaf, che ha ricoperto per anni un ruolo di primo piano nella diplomazia statunitense verso il Vicino Oriente, ha offerto secondo Chatham House un punto di osservazione privilegiato sulle opzioni a disposizione di Washington in una fase in cui l’amministrazione americana deve calibrare il proprio impegno tra deterrenza verso Teheran, sostegno a Israele e gestione dei rapporti con i partner del Golfo.

Il confronto, pur non producendo conclusioni operative, restituisce l’immagine di una regione i cui equilibri restano da ridefinire su più fronti contemporaneamente: la postura iraniana, l’ambizione israeliana, la resilienza del Golfo e lo stallo di Gaza.

Il commento di GrNet.it

Manca, nella sintesi del panel, un riferimento esplicito alle conseguenze per la sicurezza marittima nel Mediterraneo orientale, che pure dipende in modo diretto dagli sviluppi discussi a Londra. Per l’Italia, che ha interessi energetici e di presenza navale nell’area, la partita tra Teheran e Tel Aviv non è mai soltanto regionale: incide sulle rotte del gas, sulla stabilità libanese e sui flussi migratori dal Levante. La presenza di un consigliere della presidenza libanese al tavolo ricorda quanto Beirut resti un osservatorio privilegiato per capire le ricadute sul fianco sud dell’Alleanza. Roma, che mantiene un contingente nell’ambito della missione UNIFIL, avrebbe interesse a seguire con attenzione la tenuta del Libano più che le sole dinamiche tra Gerusalemme e Teheran.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 16 luglio 2026

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