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Mosca lascia uno spiraglio a Washington mentre alza i toni con la NATO

Il Cremlino considera davvero inevitabile uno scontro diretto con la NATO? Secondo la ricercatrice Emily Ferris in un commento pubblicato da RUSI (Royal United Services Institute), la risposta che emerge dalla comunicazione strategica russa è più sfumata di quanto suggeriscano i toni allarmistici degli ultimi mesi: la guerra non è, per ora, un esito scontato.

Al vertice NATO di Ankara l’Alleanza ha discusso a lungo di aumento della spesa per la difesa e sostegno a Kiev, mentre valuta collettivamente scenari di preparazione a un conflitto con la Russia in una data ancora indeterminata. Diversi articoli recenti hanno ipotizzato un’incursione terrestre limitata russa in Polonia per testare la coesione dell’Alleanza, ipotesi per cui, secondo l’autrice, non esistono prove concrete al di là della normale pianificazione per scenari che Mosca conduce di prassi.

Ferris individua tre piani di conversazione che il Cremlino tiene distinti: la guerra in corso con l’Ucraina, il rapporto bilaterale con Washington e l’eventualità di un futuro conflitto con la NATO. Mosca non vede contraddizione nel paventare una guerra imminente con l’Alleanza, proseguire i bombardamenti su Kiev, accusare gli Stati Uniti di orchestrare la campagna di droni ucraina, e mantenere al contempo un canale con l’amministrazione Trump.

Un passaggio rilevante riguarda il lessico. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, in un’intervista del 6 luglio all’emittente statale Vesti, ha dichiarato che la ‘operazione speciale’ in Ucraina si è ormai trasformata in una guerra vera e propria, a causa dell’intervento dei paesi occidentali; il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha ripreso la stessa formula il giorno seguente, cosa che in passato aveva evitato. Peskov ha inoltre indicato come bersagli legittimi gli stati occidentali che userebbero il proprio territorio per lanciare attacchi contro la Russia, un riferimento alle accuse, non confermate, del Servizio di intelligence estero russo (SVR) secondo cui l’Ucraina progetterebbe di lanciare droni dai paesi baltici.

Il rapporto ricostruisce anche il progressivo raffreddamento del cosiddetto ‘spirito di Anchorage’, l’espressione con cui i media russi avevano descritto il clima del vertice Trump-Putin dell’agosto 2025, conclusosi senza alcun documento scritto. Il termine, secondo l’autrice, resta volutamente vago: lo stesso Peskov lo ha definito a febbraio 2026 un ‘insieme di intese reciproche’ senza contenuto concreto verificabile. Da ottobre 2025 il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha denunciato un cambio di retorica americana, arrivando a giugno 2026 a insinuare che il vertice di Alaska fosse servito a Washington solo per guadagnare tempo a favore di Kiev.

Secondo Ferris, la retorica escalatoria su un’eventuale guerra futura con la NATO non equivale a un annuncio di cambiamento operativo, ma costituisce un avvertimento calibrato verso l’Occidente e Kiev. Al tempo stesso, la distinzione che Mosca continua a tracciare tra i governi europei ostili e una Washington percepita come ‘purtroppo’ allineata a essi lascerebbe intendere che il Cremlino non ha chiuso la porta a un dialogo con gli Stati Uniti, anche se il tema che Mosca vorrebbe discutere potrebbe non coincidere con quello che interessa a Washington.

Il commento di GrNet.it

Un portavoce che a luglio ridefinisce a mezzo stampa statale la natura stessa del conflitto, e un presidente bielorusso che il giorno dopo ne ricalca le parole per la prima volta: sono segnali che in dottrina militare si leggono come test di reazione, non come annunci operativi. Per un osservatore con esperienza di pianificazione, la distinzione che RUSI traccia tra escalation retorica e cambiamento di targeting reale è quella che dovrebbe guidare la lettura degli analisti italiani, spesso tentati di prendere alla lettera ogni dichiarazione del Cremlino. Il punto interessante è che Mosca continua a distinguere Washington dagli alleati europei che sostengono Kiev: se questa frattura fosse reale e non solo strumentale, l’Italia, come partner NATO di secondo livello ma esposta sul fianco sud, dovrebbe interrogarsi su quanto margine resti per un canale diplomatico parallelo a quello atlantico. Resta però il rischio opposto, che l’ambiguità russa venga letta in Europa come apertura concreta quando è solo tattica negoziale in attesa di sviluppi sul campo.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 14 luglio 2026

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